Nel 1999 erano usciti Final Fantasy VIII, Donkey Kong 64, Crash Team Racing, System Shock 2, Resident Evil 3 e Grand Theft Auto II, giusto per citare alcune delle produzioni più importanti dell’epoca (e di molte epoche a venire). Giusto un anno prima erano arrivati Half-Life, StarCraft e The Legend of Zelda: Ocarina of Time. Quelli erano gli anni in cui i videogiochi iniziavano a fare il salto di qualità, a capire che potevano essere anche qualcos’altro piuttosto che del semplice intrattenimento pomeridiano per i bambini e gli adolescenti tornati da scuola. In quegli anni usciva anche Metal Gear Solid, l’emblema di quel passaggio verso l’età adulta dei videogiochi, se così possiamo definirlo. Di lì a poco, però, dal Giappone sarebbe arrivato Shenmue, un titolo dalle ambizioni incredibili, tremendamente figlio e allo stesso tempo padre della sua epoca.

L’opera di Yu Suzuki è stata a dir poco seminale, in termini di gameplay e concezione del videogioco stesso. Viene spesso definito il sogno del game designer, perché effettivamente all’epoca era difficile immaginare un videogioco in grado di replicare la vita cittadina della periferia giapponese, senza fare dell’azione o delle sparatorie uno dei suoi punti focali. Un sogno anche in termini produttivi, perché per fare qualcosa del genere su Dreamcast ci fu bisogno di un investimento notevole, una fuoriuscita in termini di mero denaro che costò molto a SEGA, anche per via di una console sfortunata in termini di impatto con il pubblico.

Ma Shenmue è figlio di un’epoca in cui i videogiocatori non conoscevano il marketing, dove i trailer erano l’unico modo per raccontare una produzione e non c’erano le indagini e le polemiche a cui oggi siamo abituati, che siano utili e decorose, oppure opinabili, come quelle del caso delle pozzanghere di Marvel’s Spider-Man. Come figlio degli inizi degli anni duemila va approcciato, inevitabilmente, perché la brutta notizia è che Shenmue I & II, per console di ultima generazione e PC, è un porting che non fa niente per non ricordarci la data di uscita originaria del lavoro di Yu Suzuki.

Shenmue screenshot

Screenshot di quasi vent’anni fa

I primi due capitoli di quella che, nell’agosto del 2019 (o almeno si spera), diventerà una trilogia, sono stati seminali. Gli open world, da GTA III in poi, hanno tutti preso appunti da ciò che Yu Suzuki ha immaginato di portare in quel supporto digitale per Dreamcast, e lo stesso Yakuza non è altro che il figlio spirituale di Shenmue. Con la differenza che la saga di Kazuma Kiryu è invecchiata molto bene, episodi Kiwami o meno che siano, una cosa che è difficile da dire dell’avventura di Ryo Hazuki.

“Giocare Shenmue oggi è un’esperienza ostica, difficile per molti e probabilmente impossibile per alcuni”Tanto per cominciare, il porting mantiene i filmati in proporzione 4:3 mentre – per fortuna – il resto del gioco è stato scalato ai 16:9. L’audio è rimasto lo stesso, dalla qualità non cristallina e generalmente ovattato, che spesso è di svariati livelli sotto i passaggi più rumorosi della colonna sonora, così come le texture che per la maggior parte sono state solo spalmate sui poligoni. Onestamente, al di là dell’effetto nostalgia e del recupero della memoria storica, l’effetto generale non è dei più lusinghieri. Chiaro che non si sta parlando di un remake totale, ma del lavoro in più si poteva fare.

Inutile specificare che all’epoca i videogiochi localizzati in italiano erano più eccezioni che normalità, e Shenmue rimane in quest’ultima categoria. Il gioco si prende tutta la calma del mondo per iniziare a raccontare una storia che accompagna il giocatore all’interno di un intreccio, invece di buttarlo dentro all’azione dal primo istante. Il primo episodio in particolare è anche anacronistico, per l’assenza di aspetti che oggi diamo per scontati, come l’assenza del viaggio rapido o la possibilità di far scorrere velocemente il tempo (che nel secondo episodio c’è, invece), saltando un appuntamento si dovrà letteralmente perdere tempo fino al giorno successivo. Non che non ci sia niente da fare, tra personaggi con cui chiacchierare, bar da frequentare, sale giochi e macchinette gatcha, ma sicuramente si sente il peso del tempo passato.

Shenmue screenshot

Da dove l’ha presa la “follia” la serie di Yakuza, secondo voi?

Giocare Shenmue oggi è un’esperienza ostica, difficile per molti e probabilmente impossibile per alcuni. L’opera di Yu Suzuki è stata completamente superata da qualsiasi altra produzione che è arrivata dopo, surclassata, resa obsoleta in modo evidente. I primi minuti del primo Shenmue ci vedono impegnati a parlare con persone su persone alla ricerca di Lan Di, il gelido assassino del padre del protagonista, in una sequenza di “parla con Tizio” e “parla con Caio” che oggi verrebbe vituperata anche dal più inesperto dei critici videoludici. Ma all’epoca non esistevano esperienze in grado di fare niente del genere, ed era giusto (nonché sacrosanto) essere ammaliati da cose che oggi farebbero rabbrividire.

Difficile anche parlare in modo positivo del porting che, come detto, è un lavoro di recupero utile quanto pigro. Shenmue è un gioco vecchio, incredibilmente vecchio, e il recente porting non gli rende troppa giustizia.

Eppure è affascinante giocare Shenmue oggi. Un po’ come vedere il primo Jurassic Park, che a tratti impallidisce di fronte al blockbuster hollywoodiano degli anni duemila, ma in quanto a carisma non ce n’è per nessuno. Shenmue, così come i giochi vecchi dell’epoca, ha proprio quel carisma lì, la personalità di quelle produzioni che, se ti fermi a riflettere riguardo il periodo in cui sono uscite, pensi: “ma come è stata possibile una cosa del genere?”. Come fanno i dinosauri di Jurassic Park a sembrare veri ancora oggi, molto più veri di tanti pupazzoni digitali di oggi? Carisma, cuore, amore per il proprio lavoro, la voglia di andare oltre. Nonostante tutto, nessuno toglierà a Shenmue il fatto di essere stato il primo a fare tante di quelle cose che oggi diamo per scontate nei videogiochi.

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