La nostalgia è uno stato d’animo con cui le attuali generazioni hanno instaurato un rapporto quasi morboso, al limite del patologico. Se il recupero delle grandi opere narrative ed artistiche della tradizione ha da sempre caratterizzato ogni epoca storica e ogni media esistente, nell’ultimo periodo stiamo assistendo a una vera e propria riproposizione sistematica dei grandi titoli del passato in svariati mondi dell’intrattenimento, dallo sport al cinema passando per il videogioco. Remastered e remake a profusione diventano talmente rilevanti da ritagliarsi ampi spazi di manovra all’E3 o in importanti fiere dell’intrattenimento; figure come Dario Hubner o Beppe Signori vengono riprese sui social e nelle pagine degli appassionati di calcio; vecchi format e programmi tv vengono accostati in prima serata ai nuovi modelli di intrattenimento, offrendo un apparentemente salvifico rifugio nostalgico e acritico a chi percepisce il nuovo come brutto, o a chi semplicemente vuole rivivere i tempi oramai andati.

Sulla scia dell’esplosione di questa moda, il dibattito pubblico si è incentrato principalmente su due aspetti: è giusto tradire l’opera originale, affidandosi a un gusto più moderno, nel bene e nel male? Ed è positivo che, al posto di investire risorse sul creare qualcosa di nuovo, ci si concentri così tanto sul vecchio? Molto spesso non viene centrato il punto nevralgico della questione, che si lega alla natura tipicamente nichilista e arrendevole della nostalgia, e alle conseguenze di un mercato che cerca di soddisfare o che alimenta queste pulsioni.

Innanzitutto, cos’è la nostalgia? Come detto prima, con nostalgia si intende uno stato d’animo caratterizzato da una certa tristezza relativa al ricordo del passato, che sia collocato in uno spazio fisico (i luoghi dove vivevo prima) o temporale (l’infanzia). Non bisogna confonderla con la pur simile malinconia, che tende invece a descrivere una sensazione costante di scoramento e tristezza. La nostalgia, dunque, si attiva nel momento del ricordo, non è onnipresente ma domina l’emotività dell’individuo nell’istante in cui viene scatenata dalla visione di un oggetto o luogo a noi caro. In alcune culture, peraltro, la nostalgia non ha un carattere intrinsecamente negativo, poiché descrive sia un atteggiamento malinconico verso il passato ma anche una sorta di aspettativa positiva per il futuro: si pensi alla saudade portoghese e brasiliana, spessa usata dai cronisti di tutto il mondo per giustificare i periodi di scarsa resa atletica degli atleti di quei paesi. Sapersi relazionare con sensibilità ai ricordi che descrivono la propria vita è dunque un elemento fondamentale per saperci scoprire come individui all’interno della società: ciò che abbiamo fatto, visto, sentito e vissuto ci ha reso ciò che siamo, e il desiderio di rispolverare quei ricordi è non solo naturale, ma anche salutare.

Dario Hubner

Bomber nostalgico

Come sempre, il problema che può emergere in relazione alla nostalgia affiora quando il rapporto con il passato diventa patologico. Non per altro la nostalgia tocca vette di depressione che sfociano nella malattia. La peculiarità di un malessere simile è che viene curato dai professionisti principalmente intervenendo sulle condizioni umane del paziente, nonostante spesso possa arrivare a compromettere anche le condizioni fisiche dell’individuo: le soluzioni proposte sono spesso legate a nuovi modi di relazionarsi con il proprio mondo lavorativo, familiare o abitativo, rendendolo più accogliente o cercando di far integrare il paziente in maniera più complessa all’interno della sua nuova dimensione umana. Si pensi nuovamente al mondo dello sport, in cui solitamente la presenza di un connazionale rende più agevole l’inserimento in squadra di un atleta straniero o comunque di un’altra cultura.

“Nonostante ciò che la nostalgia possa suggerirci, non siamo e non saremo mai la stessa persona di quel momento in cui ci siamo beati della bellezza di un film, dello scatto di una foto o del dinamismo di un videogioco”Tenendo conto di tutto ciò, appare evidente che più un contesto storico, politico e sociale si trova in crisi valoriale e culturale, più sarà presente nella massa il desiderio intrinseco di ritornare in quel luogo protetto dalle pressioni esterne che rappresenta, nella nostra mente, l’infanzia. Nell’epoca odierna, a seguito di svariate crisi e di un sistema valoriale messo costantemente in dubbio, per chi si sente perduto o senza bussola nell’interpretare il reale diventa quasi scontata la ricerca di un rifugio sicuro, ben rappresentato, nell’era dell’intrattenimento, dai brand che hanno costruito la nostra identità in giovane età. Ed è altrettanto ovvio che, approcciandosi con l’aspettativa di riprovare le stesse sensazioni che abbiamo cristallizzato nella nostra mente, saremo puntualmente delusi, o al massimo stimoleremo più una reazione malinconica che non una vera e propria nuova relazione con l’opera (che sia di apprezzamento o critica).

Ed è da qui che, almeno in parte, possiamo rispondere alla prima domanda. Modificare, anche radicalmente, l’opera originale non è solo un processo ovvio e scontato da un punto di vista produttivo e creativo (che senso avrebbe, altrimenti, riscriverla, e non semplicemente ripubblicarla tale e quale?), ma è anche giusto nei confronti degli appassionati, dato che in ogni caso il riadattamento non riuscirebbe a riproporre le esatte sensazioni suscitate precedentemente. Nonostante ciò che la nostalgia possa suggerirci, non siamo e non saremo mai la stessa persona di quel momento in cui ci siamo beati della bellezza di un film, dello scatto di una foto o del dinamismo di un videogioco. Di conseguenza, sarà sempre meglio, come individui, arricchirci di una nuova visione di un gruppo o di un autore su una certa opera, dato che questo non comporta di certo la scomparsa o la rovina della versione originale, in un contesto culturale maturo.

Il re leone paragone

Paragone nostalgico

La risposta alla seconda domanda, invece, richiede un ragionamento decisamente più complesso. Come oramai dimostrato da ogni tipo di studio sui mezzi di comunicazione e sulla cultura, tutto l’intrattenimento di cui ci nutriamo costituisce una dieta che forma la nostra visione del mondo, insieme a tutti gli altri elementi della società (scuola, famiglia, istituzioni). Di conseguenza, è evidente che un intero mercato dominato o fortemente caratterizzato dal recupero e dalla riproposizione del vecchio in ottica nostalgica tende a rafforzare o a partecipare alla costruzione di una sensazione di delusione verso il presente palpabile e percepibile. Il richiamo agli anni ’80 dell’ultimo periodo (non solo con il recupero dei brand di quell’epoca, ma con una serie di nuove opere dalle scelte cromatiche, estetiche e stilistiche affini al periodo); il rilancio dei live action Disney; il ritorno delle icone PlayStation declinate in ottica moderna (God of War) o riproposte nella loro veste tradizionale (Spyro, Crash): tutti fenomeni individualmente circoscritti, ma che nell’insieme formano un messaggio implicito evidente e chiaro. Come detto in apertura, tenendo conto del carattere tipicamente nichilista, arrendevole e disilluso dell’uomo e della donna moderni, il discorso portato avanti da queste opere tende a rafforzare proprio queste visioni particolarmente negative e passive della società e della contemporaneità.

Per fortuna, il mondo della creatività, con tutti i suoi limiti, continua a puntare anche (e molto) su nuove realtà espressive, esplora i suoi limiti con il mercato indipendente e si spinge al limite con produzioni dal grosso budget ma che cercano quantomeno di sperimentare da un punto di vista creativo e tecnico. Se dunque è comprensibile la critica squisitamente culturale alle operazioni di mercato nostalgiche, sarebbe forse preferibile puntare tutte le nostre attenzioni nell’analizzare o anche solo provare le nuove opere dal gusto più moderno, dedicando alla nostalgia quel tanto che basta per ricordarci chi eravamo, ma senza mai dimenticarci chi siamo.

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