Sono trascorsi due anni dall’uscita di un’opera di convincimento chiamata NieR:Automata. La definiamo così perché affidarsi ad un nuovo capitolo di una saga durata più di dieci anni ma dal fin lì limitato riconoscimento è stato un vero e proprio salto della fede, nel vuoto. Yoko Taro non era mai riuscito ad avere l’appeal giusto per attirare su di sé le stesse attenzioni che gli avrebbe portato il gioco, un capolavoro a tutti gli effetti, che a distanza di due anni non è stato minimamente scalfito e che si candida per diventare uno di quei titoli che, come si suol dire da un po’ di anni a questa parte, invecchierà davvero bene anche in quelli a venire.

L’aspetto più affascinante di NieR: Automata è che nel trascorrere di questo biennio si è andato a creare un vero e proprio culto attorno al titolo realizzato da Yoko Taro insieme a PlatinumGames, team sinonimo già di per sé di certezza. Eppure ce lo ricordiamo il game designer giapponese quando arrivò a Milano per parlarci del suo nuovo gioco, con la sua maschera in testa, per nascondere il volto e richiamare un leitmotiv di tutta la saga di Drakengard: temeva che le vendite sarebbero state sotto le aspettative di Square Enix, come i precedenti titoli, che quello sarebbe stato il suo ultimo viaggio in Italia, che le cose non sarebbero andate come sperava. E poi in questo stesso periodo, due anni fa, ci siamo ritrovati tra le mani una vera perla. Lontana dalla perfezione, sia chiaro, ma capace di diventare indimenticabile e ancora oggi un pomo dorato da offrire ai giocatori. Grazie quindi alla Game of the YoRHa Edition, che arriva sul suolo europeo, anche chi due anni fa ha perso l’occasione di fare sua l’avventura di A2, 2B e 9S ora potrà buttarsi a capofitto in quell’esperienza che da un lato urla “Gloria all’umanità” e dall’altra ha portato tutti a domandarsi se un androide può effettivamente piangere.

NieR:Automata screenshot

La potenza della visione di Yoko Taro

Il punto di forza di NieR:Automata non poteva che essere il gameplay, d’altronde con una firma come PlatinumGames alla produzione era inevitabile: le problematiche che si portava dietro il predecessore NieR erano tante da quel punto di vista, perché era ben meno dinamico del gioco che poi ci siamo trovati tra le mani nel 2017: Automata è un tripudio di velocità, rapidità, un hack ‘n’ slash purissimo e in grado di alternarsi scientemente anche al side scrolling e persino allo shoot-em up, creando una commistione di generi che non stanca mai. Questo è il punto chiave della produzione, il non stancare mai: c’è talmente tanta briosità e armonia nei movimenti di 2B, A2 e chi verrà dopo di loro che non avrete mai un attimo di respiro per rendervi conto che forse state combattendo da troppo tempo. Ne vorrete sempre di più, perché mentre con i dorsali sparerete con il vostro pod di supporto con i tasti azione vorrete continuare a fare a fette gli avversari, con le più disparate armi a disposizione. C’è una coerenza di fondo inaspettata e incredibile, nonostante l’inanellarsi di generi che ad una prima occhiata potrebbero non essere facili da amalgamare: eppure l’anima di NieR:Automata ce la fa e grazie a quella firma illuminata che è Yoko Taro riesce a creare qualcosa di unico.

“attorno a NieR:Automata si è creato nei due anni successivi all’uscita un vero e proprio culto”D’altronde parliamo di un game designer eclettico, capace di creare un universo con pochi pari e soprattutto con una linea narrativa capace di affondare le proprie radici nella più vetusta saga di Drakengard, già nominata poc’anzi. Un intreccio che si ramifica attraverso una distopia che ci conduce migliaia di anni dopo la caduta dell’umanità, in un mondo controllato da androidi che devono difendere ciò che è rimasto della Terra. Un argomento che può sembrare il classico filo narrativo che guida una carovana sci-fi, invece Yoko Taro crea una desolante poesia, fatta di sentimenti e di aridità: quella del deserto, che ha colpito un pianeta distrutto, e del cuore degli androidi, pensati come degli esseri umani, ma non per questo capaci di esprimersi con i medesimi sentimenti. A meno di clamorose smentite, proprio quelle che l’autore di NieR:Automata vuole sorprendentemente svelarci in questa affascinante commistione di filosofia e teologia: perché Taro è questo, così come il suo universo, che da Drakengard a NieR è andato raccontando un mondo fatto di tutti i vizi peggiori dell’umanità, dal cannibalismo alla pedofilia fino all’incesto. Non c’è un dialogo banale, non c’è tregua nemmeno per il giocatore più esigente, desideroso di tuffarsi in un’avventura che non termina nemmeno dopo il finale, che costringe a scoprire cosa si nasconda dietro il mondo raccontato.

NieR:Automata screenshot

Il sistema di combattimento made in PlatinumGames è una garanzia di godimento

Il tutto, inoltre, è accompagnato da una resa musicale altrettanto pregevole. A dirigere l’opera sonora è Keiichi Okabe, che riesce a mettere in piedi, come tradizione videoludica giapponese richiede, un insieme di melodie che vanno dalle più pacate, pensate per l’esplorazione e per le fasi di stasi in città, a quelle più intense e accompagnate da testi solenni e cadenzati per supportare le fasi più concitate dei combattimenti. Non ci sono testi esclusivamente in latino, come aveva invece fatto Final Fantasy – per citare un’altra produzione Square Enix – nei suoi tempi d’oro, da One Winged Angel fino a Liberi Fatali, ma c’è un lavoro di glottologia unico, perché le terminologie vengono mischiate tra di loro e gli idiomi vengono creati da zero, dando vita a dei testi che non acquisiscono significato dal punto di vista dialettico, ma che ne hanno tantissimo se commutati in musica, con una potenza struggente e che accompagna nel modo più solenne possibile l’intera avventura degli androidi. Si passa con una semplicità unica dai temi cupi a quelli più gioviali, come l’incantevole Amusement Park, che accompagnerà il vostro ingresso al luna park, inquietante come un clown che sorride, ma che sotto la sua maschera nasconde le lacrime del quotidiano. Nelle varie run a vostra disposizione per comprendere appieno ciò che vi viene raccontato in NieR:Automata, una vicenda molto più imponente di quanto possa sembrare all’inizio e allo stesso anche disturbante, avrete modo di conoscere anche i diversi caratteri dei protagonisti: da un lato 2B, caustica e legata alla sua missione, dall’altro 9S, che lascia spesso trasparire il suo animo quasi da ragazzino, alla ricerca di qualcosa che gli umani non gli hanno concesso. Entrambi saranno note su un pentagramma dai colori sfocati, grigiasti, testimoni di un’epoca decaduta, distopica.

NieR:Automata è un’esperienza unica, che non potrete fare a meno di incidere nella vostra memoria e nel vostro cuore, lasciandovi conquistare da un’opera che utilizza il videogioco come medium per raccontare un pezzo di pregevole arte da parte di Yoko Taro. Con tre milioni e mezzo di copie vendute tra PlayStation 4, PC e Xbox One, numerose nomination per la sua narrativa e per la colonna sonora, adesso il capolavoro di PlatinumGames è tornato con la sua Game of the YoRHa Edition, disponibile per PlayStation 4 e Steam: in un solo colpo avrete a vostra disposizione il gioco completo, l’espansione 3C3C1D119440927, una sorta di DLC nel quale affrontare delle battaglie aggiuntive a quelle del gioco principale, quattro diversi design per i Pod e l’accessorio Maschera Macchina. I 15 avatar PSN, il tema dinamico per PlayStation 4, la skin Pod console e la skin Testa di amazarashi sono delle stuzzicanti aggiunte che vi conquisteranno allo stesso modo del gioco, ad avvalorare ancora di più la tesi che vi troverete dinanzi ad una produzione a tutto tondo, che si spera abbia ridato fiducia a un game designer che troppo tardi ha scoperto il successo su larga scala, grazie alla sua opera più completa.