A differenza di altri battle royale, Firestorm ci mette un po’ ad ingranare. Richiede e necessita di qualche partita di rodaggio, periodo di adattamento indispensabile, per il videogiocatore s’intende, affinché interiorizzi ritmi e tattiche sorprendentemente diversi da quelle che normalmente caratterizzano qualsiasi partita a Battlefield V.

Non ci sono la classe di Apex Legends, il ritmo pacato di Player’s Unknown Battleground, né il crafting di Fortnite a caratterizzare la declinazione del genere ideata da DICE. Sulle prime, sembra di avere a che fare con un’appendice un po’ insipida del gioco, un’espansione buttata nella mischia giusto per fare numero, tanto per essere alla moda.

Così come per Blackout, che si regge in piedi solo grazie al raffinato gunplay che contraddistingue la serie di Call of Duty, inizialmente Firestorm sembra un figlio d’arte che non ha un briciolo del talento dei suoi colleghi, ma che gioco forza godrà di un ridotto successo, comunque momentaneo e passeggero.

 

 

Può essere che la sorte non arriderà all’espansione di un capitolo già di per sé bistrattato e poco considerato dall’utenza, ma di sicuro non siamo di fronte ad un battle royale scialbo, sciatto, ignorabile.

Il primo colpo a sorpresa, pur in negativo purtroppo, viene esploso a tradimento durante il matchmaking, quando si viene informati che la scelta di una classe influirà solo sull’aspetto estetico dell’avatar di cui si vestiranno i panni. Nessun perk, come vuole la tradizione del genere di riferimento, ma neppure abilità speciali o bonus passivi di qualsiasi tipo, strappo alla regola brillantemente sdoganato con estremo successo da Apex Legends.

Battlefield V screenshot

Coreograficamente parlando, il muro di fuoco che separa la zona sicura fa la sua discreta figura. Voltarsi e vederlo a pochi metri da sé è terrificante ed incredibilmente divertente al tempo stesso

Non possiamo nascondere la nostra delusione di fronte ad una tale scelta di design, feature che se rispetta il canone, di contro mortifica le ambizioni strategiche che il mantenimento delle classi avrebbe altresì incentivato, soprattutto giocando insieme ad altri tre alleati, accomunati dal desiderio di sopravvivere sino alla fine.

Fortunatamente si tratta dell’unico colpo basso di Firestorm, che impiega, come dicevamo, giusto un paio di false partenze, prima di farsi amare.“I veicoli non sono semplici mezzi di trasporto, utili soprattutto quando si deve raggiungere la zona sicura in fretta”

Atterrati sulla mappa di gioco, la fredda e brulla Halvøy, ovviamente la mappa più grande mai apparsa in un episodio della serie, ci si accorge di come il ritmo non rispetti affatto i canoni di Battlefield. Basta incappare nel primo nemico per accorgersene, quando ci si ritrova a contemplare la schermata di game over dopo aver incassato giusto un paio di colpi. La riduzione del time to kill, necessaria per evidenziare il bonus vita ottenuto equipaggiando la corazza, è evidente, sulle prime disorientante e fastidioso per i fan di lunga data.

Complice l’eliminazione delle classi, inizialmente si assiste, quasi attoniti, ad un sensibile appiattimento del gameplay. Riflessi pronti e buona mira, del resto, incrementano la loro importanza nell’economia dell’esperienza, ma, fortunatamente, lo shock del primo impatto passa in fretta, lasciando al suo posto un progressivo divertimento che scaturisce da alcune feature intriganti, che pur non facendo brillare Firestorm per originalità, gli conferiscono un retrogusto particolare.

La telecamera in prima persona, già durante il lancio con il paracadute, per esempio, pur non apportando alcuna modifica al gameplay, né rappresentando chissà quale novità, è un gustoso plus che incrementa il coinvolgimento sin dallo schieramento sul campo di battaglia.

Come recita il mantra di Battlefield, inoltre, i veicoli non sono semplici mezzi di trasporto, utili soprattutto quando si deve raggiungere la zona sicura in fretta. A bordo di un tank corazzato, del resto, si può far ben di più che spostarsi da una zona all’altra. Non mancano armi speciali, come bazooka, utili a tramutare questo indiscutibile vantaggio tattico in una trappola mortale per intere squadre asserragliate all’interno dei carri armati, ma la loro presenza fa il paio con mitragliatrici piazzate, mortai e quant’altro, tutti strumenti di morte che, soprattutto in mani sapienti, possono ribaltare completamente l’andamento di una partita, influenzare le strategie degli altri partecipanti, rappresentare un’insormontabile minaccia, soprattutto per chi è in fuga dalla tempesta di fuoco che dà il titolo al battle royale di DICE.

Già, la tempesta di fuoco, molto più che un semplice campo di energia che consuma gradualmente la barra di salute dei videogiocatori rimasti fuori dalla zona sicura. Se la funzione primaria di questo fenomeno naturale è la stessa di sempre, non appena resteranno pochi sopravvissuti in azione ci penseranno giganteschi lapilli volanti a rendere la situazione ancora più incerta ed emozionante.

Del resto, quando dal cielo piovono bombe di fuoco, non serve a nulla nascondersi in un’abitazione, immobili e al riparo, in attesa di qualcuno da impallinare.

Battlefield V screenshot

Purtroppo il bilanciamento delle armi non è perfetto, a causa di un level design che per forza di cose incentiva gli scontri a lunga gittata. Poco male, tuttavia

A conti fatti, è questa la grande novità introdotta da Firestorm, meccanica realmente in grado di fare la differenza, capace da sola di dare ulteriore brio ad un genere già di per sé tremendamente in voga.

Nonostante la delusione iniziale, il battle royale di DICE ci ha progressivamente convinti e conquistati. La tempesta di fuoco imbastita per l’occasione è tremendamente più coinvolgente di Blackout, seppur la vivacità di Apex Legends sia tutt’altra cosa.

Se siete tra i fieri e felici possessori di Battlefield V non potrete che accogliere con gioia l’ennesima espansione gratuita del gioco. Provatela, vedrete che non ne resterete delusi.

Consigliati dalla redazione