Me la ricordo bene la console war dei primi anni novanta.

Quella del Nintendo VS Sega, quella che, specie in Europa e nello specifico nella provincia estrema del mercato videoludico mondiale, l’Italia, non veniva minimamente influenzata da “disturbatori” come il PC Engine e il vero e proprio sogno bagnato di ogni videogamer dell’epoca, il Neo-Geo. Che era alla portata giusto dei parenti di Rockfeller. Il banchiere, non il corvo di Canale 5 (che, pure lui, non è che avesse l’aspetto del proletario eh).

Io c’ero.

Quando SEGA Genesis does what Nintendon’t.

Quando Why Did The Hedgehog Cross The Road? To get Super Mario Land 2.

La console war la vivevo sulle pagine di storiche riviste a cadenza mensile come C+VG, Game Power, Console Mania. Nell’angolo della posta, in cui i lettori si scannavano fra di loro con una differita di mesi alla quale ripenso con affetto quando mi ritrovo a voler prendere a testate un muro nell’attimo in cui, sui social, assisto a delle querelle fra padri di famiglia che si insultano in malo modo perché “Joaquin Phoenix si merita l’Oscar come miglior attore per Joker, mica Robert Downey Jr. per Iron Man” (o viceversa), o negli articoli di questo o quel redattore in cui – alla faccia della millantata professionalità – emergevano abbastanza chiaramente delle eventuali simpatie verso questa o quell’azienda. E all’interno di quel segmento di ragazzini che poteva giocare a casa con una console per i videogiochi, proprio perché di cognome non facevo Rockfeller, come la stragrande maggioranza dei miei coetanei, appartenevo a quella maggioranza che si poteva permettere una sola console per volta. O per generazione, diremmo oggi.

E, lo ammetto, le mie preferenze sono sempre andate verso Nintendo quando la situazione era un sostanziale duopolio.

 

 

 

Ripensandoci oggi, a quasi trent’anni di distanza, non so neanche il perché. Magari era “colpa” dei cabinati dei vari Doney Kong e Super Mario Bros. coi quali giocavo d’estate al mare.

O forse perché alle elementari mi piaceva Jovanotti, quello vero, quello di La Mia Moto, quello di Vai Così, quello di Gimme Five. Quello antecedente alla svolta finto impegnata.

Ma i videogiochi mi piacevano tutti e appena avevo modo, a casa di amici o parenti geek in anni in cui una persona neanche sapeva di esserlo e di appartenere a un “segmento di mercato”, mettevo mano ai vari Master System, Mega Drive, Atari, Commodore, Amstrad.

Facendo un repentino flash forward, non è così difficile afferrare i motivi del successo delle mini console, un trend inaugurato con l’abituale sagacia (ed efferatezza) commerciale della Nintendo con il NES Classic Mini e proseguito con lo SNES Classic Mini. Là fuori ci sono milioni di trenta/quarantenni che non vedono l’ora di spendere, per la “settordicesima volta” i propri soldi per Super Mario Bros. 3 e The Legend of Zelda: A Link to the Past.

Sarà colpa del surriscaldamento globale, dell’incertezza pensionistica, della classe politica agghiacciante o della Barilla che non produce più i Chiocchini e il Soldino della Mulino Bianco, ma 60, 70 euro sono un giusto obolo da versare per delle maddalene proustiane digitali che ci permettono di rivivere i tempi che furono grazie a delle perfette riproduzioni in scala delle console di “quando eravamo piccoli”.
Nintendo lo sa.

Sony c’ha provato fallendo miseramente.

SEGA, dopo anni di Mini Mega Drive disastrosi affidati a società esterne come AtGames è finalmente scesa in questa lillipuziana arena con una creatura concepita e assemblata in prima persona con emulazione curata dal sapiente team M2, la squadra degli apprezzati titoli Sega Ages e della Virtual Console Nintendo.
E con questa sua proposta, la storica (ex) rivale della Grande N ha dimostrato di aver osservato con attenzione quanto fatto dal colosso di Kyoto correggendo i (pochi) errori fatti con NES e SNES Mini.

Il SEGA Mega Drive Mini arriverà in commercio nella Comunità Europea il prossimo 4 ottobre a un prezzo consigliato di 79,99 € accompagnato da due controller, un cavo HDMI, un cavo d’alimentazione USB e ben 42 giochi preinstallati (la lista dei titoli varia fra Europa/Nordamerica, Giappone e Cina/Corea).

L’assenza del secondo controller e la necessità di acquistarne un altro per i titoli da due giocatori era, forse, l’handicap maggiore del NES Classic Mini (problema che poteva e può comunque essere ovviato impiegandone uno dello SNES Classic Mini), mentre molti, a ragione, sostengono che la playlist di 21 titoli del Super Nintendo Mini sia eccessivamente risicata, al netto della presenza dell’inedito Star Fox 2 che ha il retrogusto del “contentino di razza”.

Questioni che, appunto, non si pongono con il Mega Drive Mini, i suoi due “bananoni” compresi nel cartellino del prezzo e l’adeguato quantitativo di videogame presenti. Una selezione che ha in ogni caso dei momenti “What the f…” perché, personalmente, non riesco a capacitarmi di roba come Alisia Dragon o Road Rash II al posto, magari, di un The Revenge of Shinobi, di un Chakan: The Forever Man o di un Rent-A-Hero di Yu Suzuki, mai uscito ufficialmente in occidente a eccezione di una comparsata sulla Virtual Console della Wii. Ma sono più questioni di “desiderata” personali che di problematiche effettive. Anche perché i due che desideravo di più rigiocare, Comix Zone ed Earthworm Jim, rispondono all’appello quindi bene, bravi bis.

C’è voluto qualche anno, ma alla fine avete battuto il colosso di Kyoto.

 

 

Il lavoro di emulazione su SEGA Mega Drive Mini è notevole, in giro c’è chi parla di qualche sporadico ritardo audio percepibile solo da chi ha orecchie particolarmente allenate (per quel che mi riguarda, non ci ho fatto caso), così come l’accuratezza della riproduzione della console. Nonostante le dimensioni ridotte, presenta tutti i dettagli tipici del Mega Drive: gli slot apribili per le cartucce e le espansioni nonché la levetta scorrevole del volume (tutti con sole funzionalità estetiche e non pratiche), il pulsante Power per accendere la console e quello Reset che serve per uscire dal videogame che state giocando. Manca solo l’ingresso per le cuffie, comunque sagomato nello stesso punto in cui si trovava sulla console “grossa”. Vale la pena segnalare che la musica dell’accattivante menù è un’opera inedita di Yuzo Koshiro, il leggendario autore delle musiche di cult assoluti come The Revenge of Shinobi e Streets of Rage 2 (quest’ultimo presente nell’Edizione PAL del SEGA Mega Drive Mini). Proprio dal menù potrete decidere come ordinare i giochi, se in ordine alfabetico o meno, mentre selezionando da lingua giapponese dalle opzioni, la schermata principale cambierà veste facendoci vedere le cover originali giapponesi dei titoli. I progressi in ogni videogioco potranno essere salvati in memoria, facoltà, questa, sempre apprezzabile nel momento in cui si rimette mano al joypad per riavventurarsi in opere videoludiche con un gameplay che, a undici anni, riuscivo ad affrontare bendato e con una mano ammanettata al termosifone e che adesso, in pieno 2019, mi fanno sentire un vecchio decrepito coi riflessi di un bradipo addormentato.

Chiaramente è anche possibile settare il classico effetto “tubo catodico” per videogiocare come se fossimo ancora nel 1992.

Perché “Con Mega Drive non ce n’è più per nessuno!”

 

 

CORRELATO: SEGA Mega Drive Mini, il trailer

 

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