La sera dello scorso 24 settembre The Last of Us Part II è tornato a conquistare l’attenzione dei giocatori. Sono bastati tre minuti di video per far schizzare in alto l’asticella dell’hype attorno a quella che sarà probabilmente l’opera più ambiziosa di Naughty Dog. Motivo di tale scalpore deriva dai contenuti del trailer, incentrato principalmente sulla trama.

Al di là di quanto mostrato, il video dello State of Play ci consente di riflettere su diversi punti legati alla regia, al marketing, e alla narrazione, che caratterizzanno il gioco come grande produzione. Un’analisi diversa, volta non a soffermarsi sui dettagli del video in cerca di interpretazioni, bensì a ragionare sul medium e sulla sua evoluzione, che riguarda anche il modo attraverso cui presentare un titolo al grande pubblico.

 

L’importanza del lato emozionale di un’opera

Sul rapporto tra videogiochi e cinema si parla da parecchio tempo oramai. Le commistioni di linguaggio tra i media sono sempre più evidenti, da quando soprattutto il videogioco, grazie al recente sviluppo tecnologico, è in grado di replicare perfettamente movimenti e soprattutto le espressioni facciali degli essere umani.

Già il primo The Last of Us faceva delle emozioni e dei sentimenti le colonne portanti della sua narrazione, ma il suo seguito pare portare tutto questo a un livello superiore. Basta ripensare al primo trailer del 2016, all’espressione di rabbia nello sguardo di Ellie mentre suona la chitarra. Al dolore provato dalle protagoniste del video mostrato alla Paris Games Week nel 2018, o ancora alla linee addolcite degli occhi quando le labbra di Dina si posano su quelle di Ellie. A questo meraviglioso caleidoscopio di emozioni si aggiunge la paura dell’ultimo trailer: quando Ellie con ogni probabilità ha Dina di fronte catturata, i suoi occhi urlano pietà insieme alla sua voce.

The Last of Us: Part II screenshot

L’animo umano sembra essere  il vero protagonista di The Last of Us Part 2, scardinato attraverso una resa facciale dei protagonisti che penetra dentro noi giocatori. La loro rabbia, la loro paura, i loro affetti: automaticamente tutto questo diventa anche nostro.  Al momento, forse, nemmeno Death Stranding che, – tornando su videogiochi e cinema – presenta un cast hollywoodiano, sembra raggiungere lo stesso pathos drammatico che vediamo nella produzione Naughty Dog.

 

La necessità di giusti tempi di rivelazione

È questo che dovrebbe mandarci in hype per The Last of Us Part II: il videogioco che riesce a portare l’immedesimazione e le sensazioni a un nuovo livello. Non spetta alla comparsa di Joel a fine trailer. Chi scrive fa parte di quella nicchia che non ha apprezzato un reveal del genere in questa maniera. È dal 2016 che si specula sulla sua presenza all’interno del gioco. Addirittura si ipotizzava fosse morto e che la vendetta truce iniziata da Ellie fosse legata al suo “papà post-apocalisse”.

A pochi mesi dal lancio (ricordiamo che il gioco uscirà il 21 febbario 2020), con i contenuti mostrati sinora che hanno riguardato suoi lati inediti, tra personaggi nuovi, nemici senza nome, e un gameplay più dinamico e violento, perché non lasciare assaporare agli appassionati i momenti salienti del gioco? Sia chiaro che questa critica non è legata al fatto che una rivelazione del genere precluda altri colpi di scena, Naughty Dog è maestra in questo. Ma c’è paragone tra l’emozione di trovarsi a vivere quel momento dopo una scena concitata del gioco, dove siamo carichi di tensione, rispetto a vederla alla fine di un evento streaming, con la voce fuori campo che interviene pochi secondi dopo? È come spezzare una magia.

The Last of Us Part II Joel

E qui passiamo a un altro aspetto che riguarda l’evoluzione del videogioco: il marketing. È giusto pubblicizzare un’opera, mostrare le sue caratteristiche, ma anche in questo caso cinema e videogiochi sono uniti da una comunicazione massiva e a tratti selvaggia. Di nuovo Death Stranding rappresenta un ottimo esempio. Data la natura criptica del titolo, i fan esigevano chiarezza, portando Kojima Production a un video gameplay della durata di 49 minuti mostrato al Tokyo Game Show. Death Stranding rimane ancora poco chiaro, ma lo stesso Kojima ha chiesto di evitare la visione per rispetto dell’opera, che sarebbe da godere giocando. Forse nell’era delle immagini si pensa a dare priorità a colpire l’occhio subito, mettendo in secondo piano l’esperienza finale del film – se ci riferiamo al cinema – o del videogioco, quando saranno disponibili nella loro forma completa.

Considerando inoltre che Naughty Dog e Sony hanno organizzato un evento riservato alla stampa per una focus sul gameplay di The Last of Us Part II, la quantità di informazioni sulle caratteristiche del gioco – non del medium -, può apprire persino eccessiva.

 

A volte bisogna rallentare il tempo

Questo è quello che ha portato a riflettere la sottoscritta durante soli tre minuti di trailer. L’interesse per The Last of Us Part II resta alto, ma la maniera nella quale è stato pubblicizzato dovrebbe far pensare a come si stia evolvendo il videogioco. Dal punto di vista contenutistico e artistico, gli standard crescono di produzione in produzione. Ad esempio, il trailer del bacio tra Dina ed Ellie è dotato di un coraggio mai visto prima. Chi poteva pensare che nel palco internazionale dell’E3 la scena madre sarebbe stato un dolce bacio tra due donne? Così come, ritornando all’ultimo trailer, chi poteva pensare di provare una paura tale in soli tre minuti?

Chi ancora guarda al videogioco come un prodotto – noi qui stiamo utilizzando la parola opera – immaturo, non può fare altro che ricredersi, mentre gli appassionati possono solo gioire di fronte a una rappresentazione così attenta e sensibile dell’animano umano. Ci sono tuttavia pure i lati negativi, legati invece al materialismo e all’apparenza che prendono forma nel marketing quasi soffocante. E allora, forse sarebbe il caso di fermare un attimo il tempo per godere appieno delle nostre passioni più grandi.

 

A cura di Lorena Rao

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