Quando vi ho parlato di SEGA Mega Drive Mini e della sua proposta in termini di giochi l’ho fatto calandomi in tutto e per tutto, e con schiettezza, nella mia ottica di videogiocatore vecchio (con un marcatissimo passato da nintendaro) che ama i videogiochi vecchi.

Una scelta, la fedeltà alla Grande N, dettata dal non potermi permettere più di una console alla volta, un limite che aggiravo ogni qual volta avevo la possibilità di provare altri sistemi di gioco e superato poi nel corso degli anni appena i lavori part-time prima e full time poi hanno consentito la coesistenza di più console.

Cosa avvenuta, grossomodo, ai tempi della prima Playstation.

Motivo che rende il titolo di questo articolo alquanto pretestuoso: quelli che andrò a elencare non sono i titoli che ogni utente della casa di Kyoto invidiava alla “concorrenza”. Sono quelli che io bramavo giocare ogni santo giorno e non saltuariamente a casa di amici.

Non ho pretese di assolutismo, ci mancherebbe.

Il piccolo gioiello in miniatura della SEGA mi ha riportato alla memoria quei giorni in cui avere fra le mani una cartuccia nuova fiammante di Super Mario 3, non era sufficiente. Perché là fuori c’era in giro una console che aveva ottimi giochi arricchiti da una grafica e da un sonoro che potevano surclassare quelli del NES, una piattaforma che bramavo intensamente, ma che non potevo acquistare perché stavo risparmiando ogni lira (spiegazione per i millennial: quei soldi si usavano in Italia prima dell’Euro) ricevuta in regalo dai parenti durante le varie festività per comprare il Super Nintendo. Una console arrivata in Italia con delle tempistiche agghiaccianti rese ancor più intollerabili dalla chiusura dell’accordo distributivo fra Nintendo e Mattel.

E così non potevo fare altro che fantasticare su quella console e alcuni pezzi della sua softeca sbavando come un cane di Pavlov sopra le pagine delle riviste del settore.

Golden Axe

Sono un figlio degli anni ottanta. Se mi chiedete quale sia “il meglio della vita”, potrei rispondervi automaticamente “Schiacciare i nemici, inseguirli mentre fuggono e ascoltare i lamenti delle femmine”. Anche se il mio peso attuale è probabilmente quello del bicipite sinistro del Conan di Arnold Schwarzenegger e non me ne vado in giro vestito come un guerriero cimmero (risulterei poco credibile).

 

 

Non potevo non essere innamorato di Golden Axe. Era il picchiaduro a scorrimento con venature hack’n’slash perfetto per chi, qualche anno dopo, sarebbe finito per amare roba come Ready Player One. per chi era figlio dell’estetica fantasy degli anni ottanta. Ma era anche il videogioco più facilmente accessibile da chi non possedeva un Mega Drive: bastava avere un bar a portata di mano, qualche moneta da 200 lire da “investire” per poter prendere allegramente a spadate in faccia gli sgherri di Death Adder. I cabinati di Golden Axe, all’inizio degli anni novanta, erano onnipresenti. Certo, la versione per la console domestica AVEVA DEI LIVELLI IN PIÙ, ma l’importante era non pensarci e godersi l’attimo.

 

 

Ghouls ‘n’ Ghost

Ho sempre avuto una strana fascinazione per zombi, scheletri, le atmosfere lugubri e il cabinato di Ghost ‘n’ Goblins non poteva che essere una calamita per me.

Contrariamente a quello di Golden Axe era decisamente più raro da beccare, per lo meno dalle mie parti e quando ebbi modo di giocare alla versione per NES provai un elevato disappunto per il downgrade grafico notevole. Tolto l’orpello estetico, ciò che rimaneva era lo sprite minuscolo di un eroe alle prese con un avventura connotata da un livello di difficoltà frustrantissimo.

Il tutto mentre, su Mega Drive, si poteva trovare il suo “seguito”, Ghouls ‘n’ Ghost. Più poteri per il cavaliere. Nemici più grossi. Grafica da cartone animato. Stessa difficoltà aberrante. Fortunatamente, anni dopo, mi sono “vendicato” con Super Ghouls ‘n’ Ghost. Che era la versione ipertrofica di quello disponibile sulla console Sega. Nonché il gioco che, anche più dello stramaledetto Bionic Commando su NES, mise più a dura prova la mia forza di volontà con passaggi così tosti che mi hanno più volte di fronte all’annosa questione del “Che faccio? Scaravento a terra il joypad mandandolo in mille pezzi o mastico il libretto d’istruzioni in stile Rockerduck con la tuba?”.

 

 

Sonic 2

Quando SEGA decise di creare Sonic per cercare di recuperare il terreno che la distanziava da Nintendo in materia di platform game e icone riconosciute a livello globale come mascotte del brand, osservai la cosa con un certo distacco. Sì, la grafica era oggettivamente migliore di quella di Super Mario 3, sì sembrava effettivamente divertente, ma andiamo: nessun costume da procione? Nessuna foglia marrone? Niente mappe con passaggi segreti che si aggiungevano a quelli degli stessi stage? Dai su, facciamo i seri, la gara, per me, era persa un partenza.

È stato col secondo capitolo che ho cominciato ad apprezzare di più la creatura di Yuji Naka, l’eleganza di un game design dove la velocità era parte integrante dell’esplorazione dei livelli per un approccio al platform game che, saggiamente, non scimmiottava Mario come altri cercavano, inutilmente di fare, ma cercava e trovava una propria dimensione.

 

 

Street of Rage 2

In principio fu Double Dragon, il gioco che nei favolosi 80’s mostrò a orde di videogamer dello scorso millennio il piacere dell’andare in giro per sordide strade e sudice fabbriche picchiando i tirapiedi di un lercio rapitore di povere donzelle.

Il resto è storia del medium

Per quel che mi riguarda, con Street of Rage 2 accadde qualcosa di simile al secondo Sonic. Il primo, ad eccezione della colonna sonora, non aveva abbastanza elementi per farmelo preferire a un – chessò – Final Fight, ma il capitolo due tolse tutto quello che non gradivo del primo (in primis l’attacco della polizia) aggiungendo una grafica ancor più pompata e un gameplay più coinvolgente.

In aggiunta alla track musicale ancora una volta sorpendente.

 

 

World of Illusion

Questa cosa che il Mega Drive aveva dei giochi disneyani con una grafica che pareva presa di peso dai Classici d’Animazione che adoravo mi andava costantemente di traverso. Col senno di poi mi rendo conto che si trattava di “bulimia” videoludica perché chi aveva un Super Nintendo di certo non poteva lamentarsi per la mancanza di platform… però volevo avere anche qualcosa tipo World of Illussion!

Nello specifico volevo proprio World of Illusion!

Con tutti i suoi riferimenti grafici ai cartoni animati che amavo, ad Alice nel Paese delle Meraviglie, a la Spada nella Roccia. Tutte robe che poi, in un certo qual modo, avrebbero poi rifatto nella serie di Kingdom Hearts che, però, contrariamente ai titoli Disney sviluppati da SEGA, non mi ha mai catturato.

 

 

SEGA Mega Drive Mini sarà nei negozi dal 4 ottobre prossimo con 42 giochi preinstallati

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