Prosegue la nostra selezione di Giochi del Decennio: oggi è il turno di Overwatch, e fino a lunedì 23 dicembre, qui su BadTaste, vi racconteremo i migliori giochi usciti dal 2010 al 2019, al ritmo di uno al giorno.

 

Quando, sul palco del BlizzCon del 2014, è stato svelato il primo trailer di Overwatch, Tracer e compagni hanno immediatamente catturato l’attenzione del pubblico di tutto il mondo. Personaggi che ti sembra di conoscere da sempre, delineati con una strizzata d’occhio al cinema d’animazione e a mille altre cose, un po’ paraculi, se vogliamo, in una trama sempre sottotraccia ma indubbiamente affascinante, accompagnati da stoccate di marketing dritte e precise, dai cortometraggi animati ai fumetti, fino a una miriade di oggetti da collezione che hanno invaso anche i negozi più inaspettati, come le librerie, le fumetterie, i supermercati e le grandi catene di abbigliamento.

Una valanga che non è partita – come nei cartoni animati di Hanna & Barbera – da una timida palla di neve che ha continuato a rotolare fino a raggiungere le dimensioni di Wrecking Ball, ma da un lastrone che si è staccato dalla cima di un’imponente montagna, di riflesso chiamata Blizzard, travolgendo milioni di appassionati in attesa a fondovalle, e non solo. Overwatch, infatti, è un brand conosciuto anche da i casual gamer e da quelli che di videogiochi non ne capiscono poi molto, o non se ne interessano, vuoi perché hanno goduto dei cortometraggi che hanno accompagnato il lancio del titolo, vuoi per il fatto che, online, è più facile schivare una mail di spam da un negozio di occhiali rispetto a un contenuto a tema Overwatch.

 

Overwatch

 

L’importanza del lavoro svolto dal team guidato da Jeff Kaplan è sotto i nostri occhi: una nuova IP potente e trascinante come non se ne vedevano da tempo, in grado di catalizzare l’attenzione su di sé e di rivolgersi, al contempo, a un pubblico di massa, proponendo un’immaginario nuovo di zecca, immersivo, coinvolgente e potenzialmente senza fondo, ma non per questo proibitivo ed esclusivo, anzi, visto che tutto quello che dovete sapere su Overwatch è scritto sulla pelle e sul design dei personaggi, sulla loro caratterizzazione, sulla palette utilizzata per dargli vita o su poche righe di battute sputate nei cortometraggi, nei fumetti o direttamente nelle fasi di gioco.

E proprio dal punto di vista ludico, Overwatch è una riserva infinita di sorprese, con una curva d’apprendimento che somiglia più a una gradinata a là Rocky Balboa, però infinita, dove dopo ogni gradino ce n’è uno successivo, e così via, per sempre. Ognuno degli ormai 31 eroi ha un gameplay unico, sempre accessibile ma difficile da padroneggiare al meglio. È chiaro che fornire cure alla squadra con Mercy, per esempio, non è poi così complesso, ma farlo senza morire nemmeno una volta nel corso di una partita è un’altra storia. Oltre alla conoscenza di tutte le abilità del personaggio da voi utilizzato (e soprattutto di quelle degli eroi avversari), è necessario conoscere ogni angolo di ciascuna mappa di gioco, ogni scorciatoia che potrebbe utilizzare un Genji per aggirarvi e cogliervi di sorpresa, ogni medikit e ogni via di fuga. In Overwatch, spendere centinaia di ore a masterare un eroe, significa saper giocare bene solamente un eroe. Ne rimangono altri 30 con i quali il gameplay cambia totalmente.

Oltre all’aspetto prettamente tattico, c’è da dire che è impossibile rimanere indifferenti quando, per la prima volta, ci si catapulta fuori dal proprio mecha lanciandolo in bocca agli avversari al grido di “Nerfa questo!”, o facendo crollare il cielo sul campo di battaglia con una pioggia di fuoco, o ancora lanciandosi alla carica insieme ai propri compagni di squadra per ottenere una vittoria all’ultimo secondo, in pieno stile Space Jam. Il coinvolgimento emotivo, in Overwatch, passa attraverso il cuore di ogni singolo eroe, soprattutto di quelli con cui ci si sente più in sintonia, e si scarica sulle vostre mani e sul vostro pad, o sulla vostra tastiera, come un parafulmine, elettrizzante e pericoloso, perché spinge sul pedale della competitività e sulla necessità di un buon gioco di squadra, che in fondo sono il vero motore in grado di continuare ad alimentare la passione dei videogiocatori.

 

Overwatch Nintendo Switch

 

Quanto detto qui sopra è portato su palmo di mano dal concetto di multiplayer a squadre proposto da Blizzard, con schiere di giocatori pronti a darsi battaglia seduti sul divano di casa, uniti per un obiettivo comune e non solo per infilare qualche kill eccellente. Un tipo di competizione che premia l’abilità personale, mettendo tutti sullo stesso piano, e un’idea di gioco culminata nell’Overwatch League, un modo d’intendere l’eSport che si è avvicinato moltissimo alle leghe sportive tradizionali del panorama americano, scimmiottando (in senso buono) l’NBA o la Major League del baseball.

Ora, mettete insieme tutti i paragrafi che compongono questo breve articolo e otterrete il profilo di un gioco coinvolgente, emozionante, competitivo, capace di farsi amare da milioni di giocatori e meritevole di aver creato un vero e proprio universo espanso da cui attingere nel prossimo futuro, come in Overwatch 2 che, ci auguriamo, possa esaltare ancor di più tutti i sapori messi nella ricetta di Mamma Blizzard. Perché se è vero che, citando Winston, “il mondo sta cambiando”, gettando un’ombra antitetica di ansia e speranza sugli anni a venire di questo pazzo pazzo mondo, è altrettanto vero che Overwatch si è rivelato come una solida certezza per quest’ultimo decennio, e potrebbe esserlo anche per il prossimo, così com’è vero che “il mondo ha bisogno di eroi”. E ne avrà sempre.