Sono passati meno di due mesi dall’uscita di Death Stranding, ultima opera firmata da Hideo Kojima che ha saputo dividere il pubblico e la critica, tra coloro che lo hanno amato e altri, invece, che non ci hanno trovato nulla di particolare.

Ad ogni modo, oggi non siamo qui per tessere le lodi o per infamare il primo titolo della nuova software house di Kojima, ma per parlare del suo protagonista, Sam Porter Bridges, in un nuovo episodio di Vite Digitali.

 

 

Come sempre, vi ricordiamo che Vite Digitali è la rubrica settimanale che si occupa di analizzare dal punto di vista emotivo i principali eroi (o antieroi) dell’industria videoludica, evitando, ovviamente, qualsiasi tipo di spoiler sui titoli a loro dedicati.

Interpretato da Norman Reedus, Sam Porter Bridges è un corriere di un mondo post-apocalittico, dove il confine tra la vita e la morte viene quotidianamente infranto in seguito a un misterioso evento noto come Death Stranding. Costretto dal presidente delle UCA (United Cities of America) a intraprendere una pericolosa missione, Sam dovrà mettersi in viaggio per ripristinare i collegamenti tra le città del Paese per permettere loro di tornare a comunicare come un tempo. Comunicazione che, come ribadiscono spesso gli NPC del gioco, risulterà fondamentale per il futuro della razza umana, sempre più vicina al degrado e privata della forza vitale necessaria per rialzarsi di nuovo. Armato di forza di volontà e aiutato da alcuni bizzarri individui, Sam entrerà in contatto con un mondo ormai allo sbando, dove tutto ruota attorno al concetto di morte e dove il nostro stesso protagonista sembra nascondere più di qualche segreto sull’aldilà.

Death Stranding è il classico titolo che cela qualcosa di più del semplice gameplay. Se siete alla ricerca di un titolo ludicamente avvincente, infatti, le avventure di Sam potrebbero non riuscire a soddisfarvi del tutto, lasciandovi una sensazione di vuoto e, addirittura, noia. Per tutti coloro che decideranno di accettare il messaggio dietro alla consegna dei pacchi del nostro corriere preferito, invece, potrebbero aprirsi le porte di un mondo vivo, nel suo essere morto.

 

 

Il legame di ogni singolo personaggio del gioco con il concetto della morte, infatti, appare non solo estremamente profondo, ma anche in grado di far riflettere il giocatore tra una missione secondaria e l’altra. L’importanza di mantenere dei contatti sino a quando si è in vita, il dover accettare che, qualsiasi cosa si decida di fare del proprio tempo, si è destinati prima o poi a morire e che la fine, forse, non è proprio definitiva come potremmo immaginare sono solo alcuni dei potenti temi che vengono messi in gioco da Hideo Kojima.

Giocando ai videogiochi, siamo abituati al concetto di Game Over che, in linea generale, ci costringe a ripetere le nostre ultime azioni per riuscire ad andare avanti. La vita vera, ovviamente, funziona in modo diverso e siamo costretti a fare la nostra “Perfect Run” senza mai morire, perché, in caso di Game Over, non sappiamo quale potrebbe essere il nostro destino.

Sam Porter Bridges, invece, è a conoscenza di qualcosa in più di noi, visto che la sua natura gli impedisce di morire in modo definitivo. Ecco che, quindi, Kojima ipotizza una persona reale che, proprio come se si trovasse all’interno di un videogame, riesce a ritornare in vita dal “checkpoint precedente” per continuare la propria missione.

Ma questo come modificherebbe la psiche di una persona? E perché esiste questo confine estremamente labile tra la vita e la morte? Che cos’è il Death Stranding e qual è il suo legame con le terribili CA che infestano il mondo di gioco?

A queste domande, ovviamente, lasciamo che sia il gioco a rispondere, ma ci sentiamo sicuramente di promuovere la tematica tirata in ballo dal game designer giapponese, che riesce a trattare tematiche profonde con magistrale cura e sensibilità, anche nei momenti più forti.

 

 

Siamo ormai alla fine di questo 2019 e siamo sicuri che molti di voi abbiano avuto sia momenti belli che momenti brutti nel corso dell’ultimo anno. Senza riflettere troppo su quanto ci siamo lasciati alle spalle, però, forse dovremmo imparare dalla lezione insegnataci da Death Stranding, ovvero che la fine non è mai davvero una fine, ma è solo l’inizio di un nuovo inizio. Un nuovo inizio che noi di BadTaste vi auguriamo possa esservi favorevole, nella speranza di avervi ancora con noi nel 2020, per un anno all’insegna dell’informazione videludica e di nuove, emozionanti, sorprese!

 

Death Stranding