Crash Bandicoot è stato senza dubbio una delle più importanti icone videoludiche degli anni Novanta, in grado di rivaleggiare con altri mostri sacri di un periodo dove il genere Platform era tra i più amati del settore. Un genere che, purtroppo, è andato lentamente a scemare nel tempo, sino a ridursi a pochi grandi titoli, in mezzo a una moltitudine di opere indie e a prodotti ormai ibridati con altri generi.

In questo 2020 appena iniziato, siamo arrivati, erroneamente, a pensare al genere Platform come a qualcosa di “semplice” o rivolto esclusivamente a un pubblico di giovani. Giovani che, a loro volta, non vogliono sentirsi tali e preferiscono giocare a Fortnite o Grand Theft Auto piuttosto che sperimentare quei titoli “dove si salta e basta”. Sia chiaro: stiamo facendo un discorso generalista e ci rendiamo conto che molti di voi non la pensino in questo modo, ma la legge dei grandi numeri parla chiaro: realizzare un Platform non è più conveniente come un tempo.

 

 

Passano gli anni e i giochi, come i giocatori, crescono e cambiano nel tempo, ma alcuni grandi personaggi del passato riescono a sopravvivere alle molteplici generazioni di console. Il marsupiale targato Naughty Dog è, senza dubbio, uno degli esempi più palesi di questo tipo.

Per questo motivo, abbiamo deciso di ospitare Crash Bandicoot all’interno di questo appuntamento settimanale di Vite Digitali. Per tutti coloro che non sapessero di cosa stiamo parlando, Vite Digitali è la rubrica della domenica dedicata ai personaggi più interessanti dell’industria videoludica e, soprattutto, al loro effetto psicologico ed emotivo suscitato nelle persone. Il tutto, come sempre, senza il minimo spoiler.

Per prima cosa, ricordiamo a tutti che Crash Bandicoot (da qui chiamato anche solo Crash) è un, appunto, bandicoot che ha subito mutazioni genetiche da parte del malvagio dottor Neo Cortex e del suo braccio destro Dr. Nitrus Brio. Creato con lo scopo di conquistare il mondo insieme a una schiera di animali mutanti, Crash viene da subito scartato in quanto considerato troppo buono e troppo stupido. Fuggito per un pelo dal castello di Cortex nel filmato iniziale del primo capitolo, targato 1996, Crash finisce in mare e viene trascinato dalle onde su un’isola abitata dagli indigeni. Intenzionato a salvare la sua ragazza Tawna, rimasta in mano al terribile scienziato pazzo, il simpatico marsupiale decide quindi di fare ritorno al castello. Aiutato dallo stregone Aku Aku, Crash inizierà così il suo “viaggio dell’eroe”, per salvare la sua ragazza e vivere così per sempre felici e contenti.

 

 

Una trama tanto semplice, quanto effettivamente inutile ai fini ludici della produzione Naughty Dog. Non siamo di fronte, infatti, a un prodotto che abbia mai necessitato di una struttura narrativa elaborata, né, tantomeno, di una caratterizzazione psicologica del protagonista ben approfondita. Crash Bandicoot è un personaggio goffo, stupido, ignorante, ma allo stesso tempo simpatico, generoso e in grado di comunicare le proprie emozioni con una semplice espressione sul suo volto da roditore. Sin dagli anni Novanta, infatti, il pubblico ha potuto divertirsi al fianco dello strano marsupiale mutante, senza la minima pretesa di trame complesse o di personaggi dal carattere strutturato. Nella saga Naughty Dog, infatti, è chiaro sin da subito chi sono i buoni e chi sono i cattivi, rimuovendo qualsiasi strato di profondità da un gioco che, come unico scopo, ha quello di intrattenere il giocatore.

Avrebbe senso, quindi, portare un prodotto di questo tipo al giorno d’oggi? Molto probabilmente sì!

In un’epoca di tensione, dove i videogiochi vengono presi troppo sul serio da parte del loro pubblico (basti pensare agli streamer o al concetto attuale di e-sport), ci sarebbe assolutamente bisogno di un Crash Bandicoot in grado di abbassare i toni e di divertire l’utente, senza la benché minima altra pretesa.

 

 

Eppure qualcuno se n’è accorto, cominciando a chiedere a gran voce un ritorno del celeberrimo marsupiale. Certo, può trattarsi di nostalgia, ma di cosa abbiamo davvero nostalgia? Di un gameplay semplicistico? Di una struttura di gioco ben lontana dall’essere complessa? O forse di Boss Fight dalla dubbia qualità? No. La verità è che ci manca proprio quella tranquillità d’animo che provavamo allora nell’affrontare nemici a colpi di giravolta. Quella soddisfazione nel vedere le scatole cadere in testa a Crash sino a guadagnare la tanto agognata Gemma “nascosta” in ogni livello. Crash Bandicoot, in un mondo che ci pone continue sfide da affrontare a denti stretti e pugni alzati, si comporta come una bella doccia, dopo una giornata in mezzo al fango. Una doccia fatta di versi stupidi, facce buffe e regole semplici.

L’ennesima prova che, per essere felici, non c’è bisogno di trame complesse e di meccaniche elaborate. Perché, per chiudere con la classica frase da cioccolatino, la felicità è davvero nelle piccole cose e tutti noi, oggi, abbiamo bisogno di più Crash Bandicoot nella nostre vite.