Sono ormai passati dieci anni da quando, nel 2010, Alan Wake raggiunse gli scaffali (digitali e non) di Xbox 360. Dieci anni da quando, una volta avviato il gioco nella propria console, abbiamo sentito il celebre scrittore di romanzi horror affermare che:

 

Gli incubi esistono al di fuori della ragione e le spiegazioni divertono ben poco. Sono antitetiche alla poesia del terrore. In una storia dell’orrore la vittima si chiede sempre “Perché?”, ma non c’è una risposta e non deve esserci. Il mistero irrisolto rimane dentro di noi ed è ciò che ricordiamo maggiormente.

 

Come non essere d’accordo con il buon Alan, che di mistero e di orrore sembra essere ormai un vero e proprio esperto?! Ma soprattutto: non è che i ragazzi di Remedy Entertainment abbiano preso la citazione del loro gioco un po’ troppo sul serio, lasciandoci per tutto questo tempo con la curiosità di scoprire come avrà termine l’avventura del carismatico romanziere? Per cercare di rispondere a queste domande, quindi, abbiamo ritenuto che fosse giunto il momento di ospitare Alan Wake all’interno della rubrica Vite Digitali. Rubrica che, per chi non lo sapesse, si occupa ogni settimana di analizzare i principali personaggi dell’industria videoludica (e il rispettivo pubblico) da un punto di vista emotivo.

Ma prima di partire per la tangente, quali sono le origini alla base del personaggio ideato da Remedy?

Come già accennato poche righe fa, Alan Wake è uno scrittore di romanzi che, da un paio d’anni, soffre del tanto temuto blocco dello scrittore. Convinto dalla moglie Alice a prendersi una vacanza nella cittadina montana di Bright Falls, Alan si trova costretto ad accettare e a seguirla, nel tentativo di estraniarsi dai problemi di tutti i giorni (e per allontanarsi dal pedante amico/agente Barry Wheeler). Le cose, ovviamente, prenderanno sin da subito una brutta piega, proiettando lo scrittore all’interno di un incubo tratto da un suo stesso romanzo, che però Alan non ha ancora cominciato a scrivere. La scomparsa della moglie e la presenza di un’ombra misteriosa in grado di possedere le persone contribuiscono a comporre un quadro terrificante, per un’avventura carica di adrenalina che siamo certi farà felici gli amanti delle serie tv e dei romanzi di Stephen King.

 

 

Ma che fine ha fatto Alan Wake? Dopo gli avvenimenti dello spin-off Alan Wake’s American Nightmare, uscito nel febbraio del 2012, la storia dello scrittore si è bruscamente interrotta, lasciando i fan dell’action-adventure con poche risposte e con un sacco di domande. Domande che, nel caso dovessero rimanere senza risposta, sarebbero il sintomo di una narrazione interrotta, e non di una particolare scelta stilistica. Il mistero del finale di Alan Wake, infatti, non può essere considerato come un qualcosa di volontariamente inserito per lasciare la suspance nel giocatore, ma come la brusca conseguenza di un prodotto che, nonostante la qualità, non ha venduto quando previsto dalla software house.

Con il passare del tempo, però, sempre più persone hanno iniziato a chiedersi quale fine avesse fatto il celebre romanziere, cosa che ha spinto Remedy Entertainment a valutare seriamente il ritorno in scena del personaggio. Tra un rumor e l’altro, l’unica certezza che abbiamo è come il titolo del 2010 faccia parte dello stesso universo narrativo di Control, ultima opera del team finlandese uscita lo scorso anno. Alan, infatti, non solo è presente in più documenti recuperabili nel corso dell’avventura di Jesse Faden, ma pare che sia destinato a tornare sotto i riflettori in AWE, il secondo DLC di Control previsto nel corso di questo 2020. Proprio tramite il suddetto contenuto aggiuntivo, Remedy potrebbe quindi sfruttare l’occasione per accompagnare i giocatori verso un eventuale Alan Wake 2, che, a questo punto, si vedrebbe costretto a uscire direttamente sulle console di prossima generazione.

 

 

Ad ogni modo, abbandonando i discorsi riguardanti il futuro del brand, non possiamo che essere d’accordo con la citazione a King che potete trovare in apertura di questo articolo. Quante volte, soprattutto nei prodotti televisivi degli ultimi anni, si nota il bisogno di rendere tutto sempre esplicito e chiaro anche per lo spettatore meno attento? Quante volte il mistero viene utilizzato solo come scusa narrativa per raccontarne la spiegazione? Col passare del tempo ci siamo abituati ad aspettarci sempre una soluzione logica, senza goderci appieno il fascino dell’ignoto e dell’incomprensibile. Impossibile non citare, a questo punto, opere come X-Files e Ai Confini della Realtà, serial televisivi in grado di coinvolgere il proprio pubblico proprio grazie alle “domande”, ma senza per forza dover dare al proprio pubblico tutte le risposte.

Sono gli sceneggiatori a essere cambiati, oppure siamo noi a preferire le storie più semplici per paura di impegnarci? Ma, soprattutto, nel caso Alan Wake dovesse avere un seguito, siamo davvero sicuri di voler sapere tutto ciò che si nasconde dietro la tranquilla cittadina di Bright Falls? Il titolo Remedy ci insegnerà anche che “le spiegazioni divertono ben poco”, ma la verità è che dovete dirci voi se siete d’accordo o meno con questa affermazione.

Il mistero irrisolto è un elemento che ci attrae, oppure in verità vogliamo davvero che tutto ci sia sempre spiegato nei minimi dettagli?