Tra pochi giorni, il 29 maggio per la cronaca, a quasi dieci anni esatti di distanza dalla release originaria, Xenoblade Chronicles: Definitive Edition debutterà ufficialmente su Nintendo Switch, dando modo a coloro che si sono approcciati alla saga solo con il secondo capitolo di recuperare le origini di un brand apprezzatissimo dagli amanti dei giochi di ruolo.

Forte di un evidente restyling grafico, di una lieve svecchiata alle meccaniche ludiche e di un epilogo nuovo di zecca, inedita avventura ambientata all’incirca un anno dopo il finale originale del gioco, la Definitive Edition è molto più una semplice remastered. Anche i fan della prima ora, difatti, avranno più di un motivo per concedersi una nuova run, sia per rispolverare vecchie emozioni, sia per scoprirne di nuove, grazie ai contenuti proposti da questa edizione.

Per ingannare l’attesa che ci separa dalla pubblicazione, e dalla recensione che pubblicheremo nei prossimi giorni sulle nostre pagine virtuali, abbiamo ricollegato Nintendo Wii ad un vecchio tubo catodico e abbiamo nuovamente attraversato le lande, gli anfratti, le alture che compongono le superfici di Bionis e Mechanis, scoprendo un titolo ancora attualissimo, godibile, divertente.

I motivi che rendono Xenoblade Chronicles, l’originale beninteso, un gioco di ruolo ancora validissimo sono tanti. Per comodità, tuttavia, ne abbiamo scelti cinque che riassumiamo qui di seguito.

Xenoblade Chronicles screenshot

La grafica invecchia, lo stile no

Tecnologicamente parlando, Nintendo Wii non era al passo con i tempi nemmeno all’epoca del lancio in tutto il mondo. Se Super Mario Galaxy sfruttava al meglio la ridotta potenza di calcolo della console, offrendo al suo pubblico mondi coloratissimi e perfettamente rotondeggianti, pochi erano i giochi che non palesavano l’arretratezza dell’hardware.

Xenoblade Chronicles, da questo punto di vista, mostra tutti i segni del tempo, soprattutto guardando ai modelli poligonali o al livello di dettaglio di certe ambientazioni. Tuttavia, i panorami dipinti dagli artisti di Monolith Soft abbagliano oggi come ieri, così come l’aspetto di nemici e fauna che abitano i colossi continuano a proiettare un fascino unico.

 

In tempo reale, ma non troppo

Il combat system di Xenoblade Chronicles, anche a distanza di dieci anni, ragala enormi soddisfazioni agli amanti del genere e non. Con i nemici sempre ben visibili sulla mappa e la totale assenza di turni veri e propri, gli amanti di esperienze più immediate non si sono mai sentiti eccessivamente limitati o costretti. Allo stesso tempo, chi preferisce un’esperienza più classica aveva di che gioire tra mosse speciali, attacchi combinati e skill tree intricati che tenevano persino conto della qualità dei rapporti tra membri del party. Malleabile, vario e profondissimo, il combat system di Xenoblade Chronicles è tutt’ora godibilissimo da un pubblico incredibilmente ampio.

 

Le dimensioni possono contare

Xenoblade Chronicles offre una main quest estremamente longeva, cadenzata da numerose tappe. La grandezza reale dell’epopea offerta, tuttavia, resta annichilente anche oggi, persino dopo un The Legend of Zelda: Breath of the Wild o un The Witcher 3. La quantità esorbitante di missioni secondarie, l’ampiezza di alcuni scenari esplorabili farebbero tutt’ora vacillare la determinazione di qualsiasi videogiocatore con il pallino per l’ottenimento di qualsiasi collezionabile presente.

Shulk, gli dei, il senso della vita

Xenoblade Chronicle è un gioco dalle due facce. La parte inziale è molto lenta e sembra propinare all’utente i classici stereotipi del genere. Poi si schiude tutt’un tratto, svelando la sua vera natura. La regia si fa più dinamica, la narrazione sale di ritmo, i personaggi svelano una profondità sorprendente, Shulk su tutti, rivelandosi un protagonista consumato dai dubbi e dall’incertezza. Più di ogni altra cosa, il gioco affronta tematiche gnoseologiche ed ontologiche non da poco e con un piglio ignoto alla maggior parte dei videogiochi contemporanei.

Xenoblade Chronicles screenshot

Riki

Riki non si commenta, non si giudica, non si spiega. Lo si ama. E basta. Un po’ come gli Ewok di Star Wars, o il Baby Yoda di The Mandalorian, per fare un paragone più attuale, ad ogni apparizione sullo schermo saprà strapparvi una risata. Il classico personaggio che impiega non più di un paio di secondi per entrare nel cuore di chiunque.