Negli ultimi anni, la saga di Assassin’s Creed è sempre stata sinonimo di grande ricercatezza storica, caratterizzata da una cura estetica in grado di portare il brand Ubisoft a un livello superiore rispetto a gran parte dei titoli moderni. La ricostruzione di ambienti realmente esistenti e l’abile utilizzo di cliffhanger narrativi sono riusciti, di episodio in episodio, a mantenere salda l’attenzione dei giocatori. I primi capitoli della saga, inoltre, vantavano personaggi psicologicamente stratificati, in grado di assumere, addirittura, lo stato di icone videoludiche.

Nelle ultime iterazioni del franchise, purtroppo, si è un po’ trascurato quest’ultimo aspetto per favorire, piuttosto, una maggior immedesimazione con il nostro alter ego digitale. La serie si è lentamente ibridata sempre più con il genere dei GDR open world, trovandosi costretta a diluire la campagna principale, ora inframezzata tra decine e decine di missioni secondarie. Questo mancato focus sulle azioni dei vari protagonisti, purtroppo, ha causato un minor attaccamento emotivo ai personaggi da parte dei giocatori, che ancora ricordano con nostalgia le gesta di Ezio e Altaïr.

 

 

Per celebrare la magnificenza dei primi membri della Confraternita degli Assassini, abbiamo deciso di ospitare nell’episodio di questa settimana di Vite Digitali proprio il succitato Altaïr Ibn-La’Ahad, protagonista del titolo datato 2007. Per coloro che ancora non lo sapessero, Vite Digitali è la rubrica domenicale che tratta i principali personaggi provenienti dall’industria videoludica e il loro impatto sui giocatori moderni. Come segnaliamo all’interno di ogni appuntamento sin dai primi episodi, risalenti ormai al novembre dello scorso anno, se non avete giocato ancora a nessun capitolo della serie potete continuare tranquillamente con la lettura. In questi articoli non sono presenti spoiler di nessun tipo, per evitare di rovinare l’esperienza a coloro che ancora non si sono gettati tra le braccia di uno dei brand Ubisoft più famosi di sempre.

Grazie alla classica accuratezza della software house francese, sappiamo che Altaïr Ibn-La’Ahad è nato l’11 gennaio 1165 a Masyaf e che venne cresciuto secondo il Credo della Confraternita degli Assassini. Divenuto un guerriero formidabile, secondo solo al suo maestro Rashid ad-Din Sinan, ad Altaïr fu chiesto di recuperare un prezioso manufatto chiamato la Mela dell’Eden. Proprio come il frutto proibito, anche l’oggetto richiesto dal Mentore degli Assassini nascondeva un segreto risalente ai tempi antichi. Un segreto con il quale il nostro protagonista fu costretto a confrontarsi.

 

 

Questo è solo l’inizio di una saga che, col passare del tempo e degli episodi, ha aggiunto diversi strati narrativi al world building, presentandosi attualmente come una delle storie più complesse sul mercato. Una storia che vi invitiamo a recuperare, in quanto capace di sorprendere in più momenti, nonostante qualche inevitabile calo di stile nel corso degli anni.

Per quanto riguarda Altaïr, è indubbio che il suo fascino si basi sulla cieca fiducia riposta nei confronti del proprio Credo. Un Credo che non lascia mai nulla al caso e che potrebbe nascondere un segreto in grado di cambiare la storia dell’umanità. Come il più attento dei fedeli, Altaïr sarebbe disposto a fare qualsiasi cosa per soddisfare la Confraternita.

Ma fino a dove ci si può spingere per rispettare i propri ideali? E cosa accade quando non ci troviamo più d’accordo con essi? Siamo disposti a cambiare pelle per rinascere sotto una nuova forma, oppure è più facile assecondare ciò che siamo sempre stati?

 

 

Nonostante le basi del personaggio siano state piantate nel primo, storico, Assassin’s Creed, il personaggio di Altaïr viene approfondito anche in Assassin’s Creed: Revelations, dove riviviamo alcuni momenti fondamentali della sua vita. Una vita fatta di sacrifici, tradimenti, potere e misteri, che rendono il guerriero uno dei protagonisti più importanti del franchise. Il suo carattere umile e disciplinato, infatti, si arricchisce presto di un tratto ribelle e curioso che dona ad Altaïr il carisma di chi, dopo una vita di taciti assensi, è ora intenzionato a capire il motivo dietro le proprie gesta.

Perché, come ha imparato a proprie spese il primo “eroe” della saga targata Ubisoft, è meglio morire da uomo libero, che vivere da schiavo.