Code Vein: la recensione

Code Vein è un titolo dalla storia molto travagliata. La prima volta che abbiamo potuto metterci le mani era nel corso del Tokyo Game Show del 2017, in un evento parallelo negli studi di Bandai Namco: il publisher giapponese presentava tutta la sua line up, che comprendeva anche Dragon Ball FighterZ, Little Witch Academia e The Seven Deadly Sins. Code Vein si differenziava, per originalità, da tutti questi titoli, ma era molto difficile, troppo, oltre qualsiasi possibile aspettativa. A due anni di distanza l’approccio con l’esperienza finale è stato profondamente diverso, per quanto non necessariamente migliore. Le modifiche apportate al gioco in questo lasso di tempo lo hanno in un certo senso privato della sua identità.

Al centro delle vicende raccontate in Code Vein c’è il vampirismo: il team di sviluppo ha voluto riscrivere le regole di quella che è una delle più affascinanti perversioni della letteratura e dell’intrattenimento mondiale. Innanzitutto i protagonisti del gioco non rispondono alla canonica e stereotipata idea di vampiro: niente canini accentuati, volto pallido e magari faccia appuntita, ma consueti personaggi da JRPG, con indosso vestiti molto appariscenti e ben armati. Il protagonista potrà rispondere a qualsiasi vostra esigenza, grazie all’altissimo grado di customizzazione esibito da un editor nel quale perdersi: si tratta di un aspetto molto gradevole, perché sembra di ritrovarsi in un gioco di ruolo occidentale, ma è giusto un vezzo estetico, con nessuna ripercussione ludica.

Dicevamo dei vampiri, che hanno deciso di accettare la loro condizione umana, facendone quasi una sorta di filosofia di vita: la necessità di cibarsi costantemente di sangue li ha messi dinanzi all’evenienza di dover essere sempre sottomessi a quella furia omicida che li caratterizza, ma stavolta le carte in gioco cambiano. In Code Vein tutti i vampiri sono muniti di una maschera che riesce a rifornirli costantemente di sangue, così da permettere loro di sopravvivere e allo stesso tempo di dosare i loro poteri, che consumano le riserve di plasma. Gli aspetti legati al vampirismo potrebbero farvi credere di esservi schierati dalla parte dei cattivi, ma in realtà ci si ritrova in un mondo fondamentalmente corrotto nel quale la percezione di bene e male è estremamente fluida.

Nel rispetto del genere al quale fa riferimento, il soulslike, dal quale vorrebbe provare a succhiare – per rimanere in tema – la filosofia di gioco e anche le meccaniche, Code Vein presenta tutti gli archetipi che appartengono ai titoli FromSoftware, con alcune accortezze: la barra vitale è sostituita da una sorta di riserva di sangue, rigorosamente di colore rosso, che si esaurisce quando si viene colpiti e quando si decide di compiere determinate azioni. Con voi ovviamente avrete le classiche fialette, inizialmente tre e poi a salire, che vi permetteranno di recuperare energie in ogni momento, ricaricandole a ogni sosta presso il vischio, il falò secondo Bandai Namco. Al di là di questa caratterizzazione che risponde alle necessità narrative del titolo le meccaniche rimanenti aderiscono perfettamente ai soulslike: stamina da controllare, che vi impedirà di spammare colpi d’attacco in continuazione o correre come dei podisti in giro per la mappa, armi intercambiabili, con la possibilità di portarne con sé due e scegliere quale usare a seconda delle necessità, la schivata, un colpo pesante ma lento, uno leggero ma veloce e infine il parry, che attivato col giusto tempismo vi permetterà di godere di una animazione gradevole – almeno all’inizio, quando ancora non sarà ripetitiva – e avere la meglio sul nemico di turno che stava per affondare il colpo.

“Nel rispetto del genere al quale fa riferimento, il soulslike, dal quale vorrebbe provare a succhiare – per rimanere in tema – la filosofia di gioco e anche le meccaniche, Code Vein presenta tutti gli archetipi che appartengono ai titoli FromSoftware”Insomma un gameplay molto basico, che non esalta per particolarità e non viene sfidato da avversari memorabili: anzi, se Code Vein era un titolo fortemente hardcore, adesso la sua difficoltà è stata tarata in maniera pesante verso il basso, rendendo la maggior parte degli scontri banali. A intensificare tale aspetto c’è il fatto che spesso nelle nostre battaglie saremo accompagni e supportati da un altro guerriero, che sia esso uno sconosciuto (spesso chiamati proprio così) o un NPC inmposto dalla trama. La presenza di un alleato ci ha spinto più di una volta a diventare spettatori degli scontri, piuttosto che a esserne parte attiva, perché il loro intervento si è rivelato molto più decisivo rispetto al nostro. Li abbiamo visti mettere KO avversari che magari avrebbero rappresentato una sfida appagante e stimolante per le nostre spade. È in questo che Code Vein diventa quasi banale, nel semplificarsi pesantemente, togliendoci spesso persino la possibilità di infliggere il colpo di grazia all’avversario e la relativa soddisfazione.

Molto elementare è anche il sistema di progressione: all’aumento di livello non è possibile selezionare la statistica da migliorare, avviene come in JRPG. È affidata, come in un soulslike, alla raccolta di foschia, da consumare di volta in volta al vischio, presso il quale potenziare anche le abilità, in uno skill tree che lascia più confusi che altro, soprattutto all’inizio, tra abilità da padroneggiare soddisfacendo alcune richieste e altre che risulteranno più ridondanti che utili, dato che vi potrebbe capitare di finire a utilizzare sempre le stesse.

Ma la problematica che maggiormente evidenzia la mancanza di identità di Code Vein è la scarsa cura nelle ambientazioni. Alcuni scenari risultano interessanti e particolari, come la Città del Fuoco, ma per il resto risultano quasi abbozzati nel level design: le classiche biforcazioni non fanno altro che condurre al più banale forziere, all’interno del quale recuperare un’arma leggermente più forte di quella equipaggiata, oppure a una stradina che si unirà a quella principale. Non c’è minimamente l’ampio respiro di un Dark Souls, ma nemmeno di un qualunque altro congenere.

L’esperienza complessiva sarebbe comunque anche gradevole, se presa per quella di un action nel quale si attacca, si schiva, si attacca di nuovo e si ragiona sull’utilizzo di un’abilità piuttosto che di un’altra, ma la resa tecnica la rende meno godibile. L’hud è troppo confusionario, con una serie di informazioni che sul lungo periodo si sono rivelate utili ma che inizialmente hanno solo reso più complessa l’esperienza. Dal punto di vista grafico è stato disarmante ritrovarsi con delle cutscene piene di compenetrazioni poligonali, testimonianza di una cura complessiva poco attenta al dettaglio, come evidenziato anche da modelli e texture.

Code Vein, in definitiva, è un titolo dal quale ci saremmo aspettati molto di più, visto come il progetto era nato, dalla particolare e stuzzicante interpretazione del vampirismo e più in generale dei temi gotici. Ci siamo ritrovati invece tra le mani una produzione anonima, anche piacevole da giocare, grazie alla sua struttura basica ma funzionale, ma che non ha quel mordente fondamentale per permettere al giocatore di esserne appagato appieno. La sua estrema facilità, inoltre, vanifica quell’aspetto tipico dei soulslike, ossia il volersi proporre a un pubblico molto hardcore attraverso un elevato livello di sfida.

Consigliati dalla redazione

VOTO7
Tipologia di gioco

Code Vein è un action RPG di stampo soulslike ambientato in un futuro non troppo lontano, nel quale il mondo che conosciamo, portato sull’orlo del collasso da un misterioso disastro, è abitato da vampiri.

Come è stato giocato

Abbiamo ricevuto un codice per la recensione dal publisher Bandai Namco.