La saga di Yakuza non è mai scesa a compromessi. Ultima vestale della ormai quasi scomparsa SEGA of Japan, la creatura di Toshihiro Nagoshi vive e può essere compresa solo in un contesto culturale ben specifico: il Giappone moderno. Qualsiasi tentativo di adattarla ai gusti, alle caratteristiche e financo alle mode ludiche occidentali sarebbe uno spreco di tempo ed energie. Yakuza 6: The Song of Life, come tutti i suoi predecessori, si rivolge al Sol Levante e basta, i gaijin non sono contemplati.

Concepito come il capitolo finale della ormai lunghissima vicenda di Kazuma Kiryu, il Drago di Dojima, il gioco si dipana per circa trenta ore densissime, fatte di scazzottate, (lunghe) scene d’intermezzo, incarichi secondari e altre scazzottate. Nulla di troppo diverso dagli action canonici parrebbe ma, fin dai primissimi minuti, si capisce bene come Yakuza 6: The Song of Life non faccia alcuna concessione ai canoni estetici e narrativi occidentali.

Chiunque abbia mai avuto la fortuna di vedere un film orientale avrà notato due caratteristiche principali: una certa staticità della messa in scena e una verbosità quasi parossistica dei dialoghi, con la sceneggiatura che pare strizzarsi pur di far uscire anche le più piccole sfumature. Nonostante i lunghi silenzi e l’apparente ermetismo, buona parte del cinema asiatico appare all’occhio occidentale eccessivo, a tratti quasi paradossale. Le radici profonde di questa tendenza sono antiche e risalgono, almeno per quanto riguarda il Giappone, alle tradizioni del Kabuki e del , nonché a una più generale estetizzazione delle arti figurative che ha seguito vie diverse (per certi versi opposte) rispetto a quelle europee.

Yakuza 6: The Song of Life screenshot

il sistema di combattimento è quello classico della serie, di sicuro impatto, ma non molto strutturato

Ecco, la serie di Yakuza rappresenta la più compiuta traduzione videoludica di questa impostazione. Le avventure del Drago di Dojima non sono un semplice dramma criminale che segue – più o meno – gli stilemi dei noir classici, sono un atto d’amore verso il Giappone, la sua cultura, il suo folklore, i suoi personaggi bizzarri e la sua narrazione. Sul fronte ludico Yakuza non sorprende e non sperimenta nulla di davvero interessante, si tratta di un picchiaduro a scorrimento (senza neppure un combat system troppo approfondito, se vogliamo) dipanato su aree abbastanza piccole. Quello che davvero stupisce è la ricchezza di particolari, un contorno talmente denso e vivo da far pensare di trovarsi davvero nelle zone centrali di Tokyo o nei sobborghi di Hiroshima.

“Le avventure del Drago di Dojima non sono un semplice dramma criminale che segue – più o meno – gli stilemi dei noir classici, sono un atto d’amore verso il Giappone, la sua cultura, il suo folklore, i suoi personaggi bizzarri e la sua narrazione”Tra negozi di memorabilia, la possibilità di giocare (per davvero!) ai grandi classici SEGA entrando nei locali appositi, ristoranti tradizionali e club più o meno licenziosi. Yakuza 6: The Song of Life, come gli episodi precedenti, è una specie di ricostruzione bonsai del Giappone contemporaneo e ne coglie il fascino ma pure le, tante, incongruenze. Per noi occidentali il gioco fatica a ingranare (i primi capitoli sono davvero, davvero lenti) e spesso la tentazione di saltare le lunghissime scene d’intermezzo si fa quasi insopprimibile. Una volta spianato il dislivello culturale, però, il gioco si dipana perfetto come una sinfonia, con una coerenza ludica e di design davvero difficile da ritrovare nelle produzioni moderne.

Qualcuno, sbagliando, considera la saga di Kazuma Kiryu come la versione nipponica di GTA. Nulla di più sbagliato. La serie Rockstar fa della libertà pressoché totale il suo punto di forza, giocando molto sul registro del grottesco e della parodia; Yakuza, al contrario propone un’esperienza di gioco molto più stringente, legata a missioni, obiettivi e progressioni da cui è impossibile prescindere. Grazie a questa impostazione le avventure della mala giapponese risultano molto intense, quasi cinematografiche e intrappolano il giocatore in maniera quasi ipnotica.

Yakuza 6: The Song of Life screenshot

Come da tradizione della serie anche Yakuza 6: The Song of Life è farcito di minigiochi più o meno bizzarri

Il rovescio della medaglia è dato alla necessità quasi obbligata di conoscere le vicende precedenti prima di buttarsi in Yakuza 6: The Song of Life: il gioco propone un breve prologo introduttivo ma, per comprendere al meglio tutti gli intricati rapporti fra i vari personaggi urge giocare i cinque capitoli precedenti. Paradossalmente però, rispetto a Yakuza 0Yakuza 5, la sesta avventura di Kiryu appare molto più approcciabile, sia per la minore densità delle subquest, sia per i miglioramenti tecnici che, per esempio, permettono di evitare gli incessanti caricamenti che prima separavano ogni singola area al chiuso dalla world map generale.

Nel complesso Yakuza 6: The Song of Life è un titolo irrinunciabile per tutti gli amanti del gaming nipponico. Si tratta di un gioco profondo, complesso e che non scende mai a compromessi con il mainstream ludico contemporaneo. In cambio richiede una certa dose di adattamento e, a tratti, la digestione di qualche giapponesata di troppo. Ma le avventure di Kiryu valgono ben una cut scene troppo verbosa.

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VOTO8
Tipologia di gioco

Yakuza 6: The Song of Life è un action ambientato nel mondo della mafia giapponese. Fra scazzottate, colpi di scena ed esplorazioni dovremo scoprire un complotto che coinvolge la mala e buona parte dell’elite economica del Sol Levante.

Come è stato giocato

Abbiamo testato Yakuza 6 grazie a un codice download per PlayStation 4.