Overwatch è stato il fenomeno videoludico del 2016. Eletto da molteplici testate internazionali come gioco dell’anno, si è saputo ritagliare una gigantesca fetta di mercato, superando di gran lunga le venti milioni di copie vendute, un risultato che lo ha fatto diventare, di fatto, uno degli shooter online più giocati in assoluto della scorsa stagione. Su Twitch ha guadagnato le luci della ribalta piazzandosi regolarmente ai primi posti, mentre sul fronte competitivo sono centinaia i clan che hanno reclutato squadre dedicate allo sparatutto Blizzard tra le proprie fila. Un successo del genere, soprattutto per una nuova proprietà intellettuale (la prima dopo 17 anni per Blizzard), è quasi stupefacente, vogliamo provare ad analizzare quali siano stati i punti di forza che ne hanno favorito la scalata al successo. Abbiamo deciso di prendere in esame quelli più importanti, evidenziando un percorso che potrebbe insegnare a molti dei competitor della casa californiana come creare un videogame di successo.

 

Blizzard

Overwatch è il classico esempio di come idee non esattamente proficue possano comunque rinascere come fenici, arrivando addirittura a trasformarsi in blockbuster fenomenali. L’anima di Titan (l’MMO che avrebbe dovuto dare il cambio a World of Warcraft) non è mai trapelata al di fuori degli studi di Irvine ma, per quanto ne sappiamo, il primo FPS Blizzard della storia affonda le sue radici proprio nelle meccaniche di quel progetto. Overwatch è un titolo quindi nato molti anni fa, quantomeno concettualmente, e in questo lungo lasso di tempo ha saputo seguire l’andamento del mercato, adattarsi ai cambiamenti richiesti dalla nascita degli esport e anticipare le tendenze dei consumatori, arrivando così al day one ad essere pressoché perfetto. Michael Morhaime (attuale presidente in Blizzard) ha insomma deciso che il taglio di un progetto maestoso come Titan sarebbe stato il giusto agnello sacrificale per permettere a una semplice costola di svilupparsi e camminare con le proprie gambe, e così è stato. Overwatch ha saputo attirare su di sé le luci dei riflettori, rubando la scena a qualsiasi altro titolo uscito in quel periodo e seppellendo i malcapitati rivali solo con la forza del nome. A farne le spese il povero Battleborn ad esempio, distrutto in termini di vendite e di community.

Overwatch screenshot

Tracer è stata subito incoronata come irresistibile mascotte di Overwatch

Marketing e Design

Molto del successo ottenuto da Overwatch è arrivato ovviamente dal marketing Blizzard, che ha saputo creare una linea di contenuti crossmediali mai vista prima, unendo alla semplice pubblicità per il videogioco, approdata su tutti i canali di comunicazione canonici, anche corti animati di elevatissima qualità, così come fumetti ed eventi a tema, il tutto supportato ovviamente da un design e da un carisma dei personaggi introvabili in qualsiasi altro shooter sul mercato. Già perché Overwatch, essendo uno sparatutto competitivo a squadre, fa proprio dei suoi eroi l’elemento cardine a cui attorno ruotano tutte le meccaniche, ognuno degli attuali 23 combattenti potrebbe tranquillamente essere il protagonista di un altro videogioco e nessuno probabilmente se ne lamenterebbe. Tracer, l’agile pilota capace di riavvolgere il tempo, è stata fin da subito la mascotte del titolo Blizzard ma personaggi come Hanzo, Genji, Bastion o ancora l’imponente Reinhardt, tanto per citarne qualcuno, sono riusciti a far breccia nei cuori dei tantissimi fan.

“Il mondo di Overwatch è pronto ad accogliere ogni singolo giocatore, che troverà in game qualcosa di cui innamorarsi perdutamente, elevando la produzione da semplice videogioco a vero e proprio fenomeno culturale”

La cura per il dettaglio, le espressioni facciali ma anche la storia dietro ogni personaggio, così come l’attenzione per i dialoghi e il sonoro, hanno fatto registrare nuove soglie per un genere che solitamente considera marginali o di poco conto tutti questi elementi. Blizzard invece ha fatto leva su tutto questo per fare in modo che Overwatch potesse farsi voler bene dal maggior numero di persone possibili, di qualsiasi età, razza o categoria sociale. Il mondo di Overwatch è pronto ad accogliere ogni singolo giocatore, che troverà in game qualcosa di cui innamorarsi perdutamente, elevando la produzione da semplice videogioco a vero e proprio fenomeno culturale.

 

Gameplay

Overwatch però non è solo contorno ha anche tanta, tantissima sostanza. Giocatori di sei squadre si fronteggiano su mappe dal design lineare ma riuscito, dando vita a duelli esaltanti, sia da vedere sia da giocare. Il gunplay è differente per ciascuno dei 23 personaggi e ognuno di essi ha meccaniche uniche che funzionano alla perfezione solo se miscelate sapientemente con quelle degli altri compagni di squadra. Vale per l’attacco così come per la difesa, con la necessità di cambiare al volo eroe in partita per contrastare le scelte dell’avversario, in una danza continua, fino alla fine del match. Non ci sono eroi “inutili”e il bilanciamento è sopraffino, laddove c’è la necessità di avere team eterogenei composti da curatori tank e assassini, con modalità incentrate unicamente sulla conquista degli obiettivi e che mai, favoreggiano le semplici uccisioni avversarie.

Overwatch ha successo perché fonde la strategia e l’abilità con mouse e tastiera (o pad se preferite giocarlo su console), miscela la comunicazione all’arguzia, senza dimenticarsi ovviamente dell’abilità personale, che conta ancora tantissimo, per un risultato finale sublime. Eppure tanti di questi elementi si possono anche trovare su altri titoli similari come Team Fortress 2 o Tribes o Counter Strike, ma perché allora è Overwatch ad aver rubato la scena nel 2016? Semplicemente perché riesce a fare tutto quello che fanno i diretti concorrenti in maniera più immediata, seguendo il mantra che da sempre contraddistingue i titoli Blizzard: giochi semplici da imparare ma estremamente complessi e profondi per chi vuole davvero cimentarsi a fondo con essi.

Overwatch banner scheda

Il già foltissimo roster iniziale, al quale si sono aggiunti nuovi personaggi

Esport

Negli ultimi anni gli sport elettronici sono esplosi. DOTA 2, Halo, Call of Duty, League of Legends e Smite sono solo alcuni dei titoli dai montepremi milionari, cifre capaci di attirare le attenzioni dei giocatori più promettenti ma anche di far girare la testa a publisher e investitori. Blizzard ovviamente ci si è buttata a capofitto sperando di catturare nella sua rete per gli anni a venire i tanti interessati al fenomeno. In Italia, come nel resto del mondo, le community sono vive e particolarmente attive con tanto di figure di riferimento e pro player ormai conclamati. Questo si ricollega all’ultimo punto fondamentale da cui deriva il successo di Overwatch: i videogame finalmente sono diventati parte integrante della nostra vita di tutti i giorni. Non esistono più i soli titoli dedicati ai nerd vecchio stampo, a quella piccola nicchia di giocatori spesso isolati ed etichettati in malo modo. I videogiochi sono diventati di “dominio pubblico”, influenzano quello che passa la televisione (gli esport ormai sono parte integrante di ESPN e sempre più trasmissioni ne parlano) finiscono al cinema (Assassin’s Creed e Warcraft sono solo due degli esempi più recenti), ma è tutto il sistema che ormai è arrivato ai tanto desiderati “grandi numeri”. Come tutte le cose destinate a un pubblico così ampio però c’è un’ombra a cui bisogna fare attenzione, a quella deriva modaiola che potrebbe portare le community a spostarsi su un titolo di maggior richiamo o più nuovo nei prossimi anni, un pericolo che Blizzard sembra intenzionata a scongiurare, supportando Overwatch ancora a lungo con nuove mappe, nuovi eroi e nuove modalità, puntando su un elemento essenziale che molti videogiochi ormai non riescono più a regalare: divertire in maniera genuina.