Nella storia del videogioco, esistono titoli sfortunati, bistrattati. Giochi dalla caratteristiche strabilianti, quasi avanguardiste, che però non hanno fatto breccia come avrebbero dovuto. Un esempio può essere Mirror’s Edge, l’action-adventure in prima persona di DICE, uscito nel 2008. La sua genialità sta nell’aver inserito l’adrenalina del parkour, corsa acrobatica nata in Francia negli anni Novanta, all’interno di un mondo distopico. Il filo che tiene ben saldi questi due elementi è rappresentato dall’anonima città in cui si svolge la storia di Faith Connors.

 

 

Questa, in Mirror’s Edge, assume una duplice funzione. Da una parte è ambientazione dall’estetica minimal ed elegante, che racchiude perfettamente il concept narrativo del gioco. La città è infatti riflesso del controllo attuato dal conglomerato aziendale, che ha portato a una società dedita al benessere, alla sicurezza e al consumismo a discapito della sporca ma viva libertà. Un asfissiante contrasto che prende le forme di perfette architetture pseudo-futuristiche, il cui colore predominante è un bianco lucente. Il tutto però è talmente limpido e proporzionato da creare un’atmosfera asettica e apatica. Un aspetto enfatizzato dal fatto che la città non abbia alcun nome. Eppure, tra il gelido bianco degli edifici, si può intravedere un rosso vibrante, simbolo della visione di Faith. Lei fa parte dei Runner, corrieri ribelli che fanno uso del parkour per sfuggire al controllo della polizia.

 

 

Qui arriviamo alla seconda funzione della città anonima di Mirror’s Edge, in quanto funge da elemento essenziale del gameplay. L’ambientazione non resta quindi una cornice dentro cui avviene la lotta tra oppressione e autodeterminazione, ma diventa strumento concreto della lotta dei Runner: ogni elemento della città – tetti, scale, ringhiere, gru, treni, tubi, ecc – è il mezzo attraverso cui opera Faith. Sebbene nel gioco si possano usare le armi da fuoco ottenute dai nemici messi ko, non è questo il modo per godere appieno dell’esperienza. Certo, sul finale si è praticamente obbligati a farlo, ma questo è un altro discorso.

In questa sede si vuole elogiare la città come pregevole esercizio di level design, che a sua volta rende unico il gameplay di Mirror’s Edge. In tal senso, è affascinante notare come il gioco permette di togliere il suggerimento del colore rosso, utile per individuare le scappatoie. In questo modo giocatrici e giocatori possono muoversi in totale libertà, piegando la città alla loro unica visione. È così che viene spezzato davvero il senso di soffocamento che caratterizza Mirror’s Edge. Un modo latente per esasperare il messaggio contenuto nel gioco.

 

 

Adrenalina, senso di vuoto, ansia, esaltazione. Sono questi gli stati d’animo che si provano nelle circa sei ore di gioco. Faith corre e salta tra spazi angusti, dove apparentemente ogni angolo sembra un vicolo cieco, mentre i proiettili della polizia alle calcagna rimbombano nelle orecchie. Il respiro di chi gioca si unisce quasi a quello affannoso della protagonista, così come il profondo senso di paura e impotenza quando si precipita inesorabilmente verso il suolo. Tutto in Mirror’s Edge comunica sinergicamente: dalla visuale, passando per il level design, fino ad arrivare al gameplay. Tutto questo viene assorbito ed espresso dalla città stessa, che gode di una colonna sonora incredibilmente efficace: la musica elettronica di Solar Fields, fatta di ritmi martellanti e adrenalinici, non fanno altro che accrescere l’immedesimazione in Faith. Ne viene fuori un insieme che favorisce la totale immersione nell’esperienza originale del gioco.

 

 

Nonostante le belle parole spese ad elogiare Mirror’s Edge, il titolo non ha comunque ottenuto il successo sperato, nemmeno con il reboot Catalyst, pubblicato nel 2016. Tuttavia, parlando di scenari potenti e suggestivi dell’universo videoludico, la città anonima creata da DICE nel 2008 insegna ancora una volta, più forte delle altre volte, come le ambientazioni vadano oltre il ruolo di cornice, divenendo elemento focale di un titolo. La città di Mirror’s Edge lo fa egregiamente, senza rinunciare tra l’altro ad estetica ed essenza ben definita. Per tutte queste ragioni merita di essere tra gli scenari di Suggestioni Videoludiche.