Nonostante la vicinanza con il magistrale The Last of Us Parte II, Ghost of Tsushima è riuscito comunque a conquistare una nutrita fetta di videogiocatori. Il titolo, sviluppato dai ragazzi di Sucker Punch, si presenta come un open world all’interno del quale svolgere un vasto numero di missioni, che vanno dalle semplici quest narrative al ritrovamento di particolari santuari.

La caratteristica più importante di Ghost of Tsushima, infatti, è la naturalezza con la quale tutte queste diverse attività si fondono tra loro. La poetica che avvolge l’ambientazione nipponica è perfettamente ricreata dalle musiche, dai colori, dai dialoghi e dai tempi distesi, che riescono a mescolare le meccaniche di un titolo AAA con i toni più vicini al mercato indie.

A far da tramite per tutta la produzione è proprio il personaggio di Jin Sakai, giovane samurai che si troverà costretto ad affrontare l’invasione dei mongoli e gli spettri del proprio passato. Jin non è un personaggio divertente, esuberante o volutamente esagerato, ma il suo carattere si colloca perfettamente all’interno del contesto nel quale è stato cresciuto. Un contesto che punta a venire rispecchiato anche dal lato ludico di Ghost of Tsushima, ma che, purtroppo, presta il fianco a qualche critica.

 

 

Viste le ottime potenzialità di Jin Sakai e il nostro attaccamento verso il protagonista del titolo targato Sucker Punch, abbiamo deciso di ospitare il silenzioso samurai all’interno di questo nuovo episodio di Vite Digitali. Per chi non lo sapesse, anche se ormai lo ricordiamo ogni settimana da circa dieci mesi, Vite Digitali è la rubrica dedicata ai principali personaggi dell’industria videoludica e al loro impatto su noi videogiocatori. Come al solito, precisiamo che all’interno di questa serie di articoli non sono presenti spoiler sullo sviluppo della storia del titolo analizzato. In questo modo, se deciderete di avvicinarvi a Ghost of Tsushima, potrete farlo senza la benché minima anticipazione.

Prima di analizzare cosa ci ha spinti a puntare i riflettori contro Jin Sakai, diamo una rapida occhiata al suo background. Cresciuto al Villaggio Omi, Jin perse il padre durante la sua adolescenza e venne cresciuto da suo zio, Lord Shimura. Addestrato alle nobili arti dei samurai, Jin si trovò troppo presto a fare i conti con Khotun Khan e il su esercito di mongoli, che invasero le coste di Tsushima nel 1274. È esattamente a partire da questo momento che cominciamo a seguirne le gesta. Un momento che segnerà il ragazzo per tutta la vita, dando inizio a un viaggio tanto aspro, quanto formativo.

 

 

Come abbiamo già avuto occasione di ripetere, Jin Sakai ha imparato l’importanza dell’onore e del rispetto nei confronti del proprio avversario. Una filosofia di vita tanto cara ai samurai, quando bistrattata dagli invasori mongoli. Uno degli elementi più interessanti di tutto Ghost of Tsushima, infatti, è proprio la cura che gli sceneggiatori hanno riposto in questa tematica. Attaccare gli avversari alle spalle, infatti, viene più volte evidenziato come un atto di codardia. Al contrario, sfidare a duello i nemici può essere in grado di donare loro una morte più dolorosa, ma quantomeno onorevole.

Peccato, però, che i ragazzi di Sucker Punch abbiano ben pensato di non punire il giocatore, nel caso decidesse di perseguire un cammino meno rispettoso delle tradizioni. Nonostante il gioco continui a ribadire l’importanza del non comportarsi come uno shinobi, ma come un vero e proprio samurai, ci sono diversi momenti di Ghost of Tsushima che vanno a contraddirsi tra di loro. Alcune missioni, infatti, sono per forza da affrontare attraverso le meccaniche stealth, pena non solo la morte di Jin, ma il fallimento della missione. L’idea che sta alla base del titolo realizzato dal team californiano sembra quasi alludere a un sistema di karma non inserito nella versione finale del gioco, ma ribadito più volte all’interno del titolo.

 

 

Questo non toglie, però, che Jin Sakai rimanga un personaggio estremamente interessante, sospeso tra la poetica orientale e la crudezza di un’invasione dai contorni drammatici. Tramite Jin, Ghost of Tsushima punta a insegnarci il concetto di onore e di rispetto, facendoci assaporare alcune tematiche poco trattate nei videogiochi in un modo, spesso, innovativo. Incredibile, infine, come questo linguaggio dal forte stampo nipponico provenga invece da una software house americana. Una software house che, nel realizzare le avventure di un novello samurai, pare aver assorbito parte del suo valore, per fornire al pubblico un prodotto di tutto rispetto, da affrontare a testa alta e katana in pugno.