La scelta di Sony di non presentarsi all’E3 2019 è stata, probabilmente, la cosa più bella successa a questa tornata della fiera losangelina. Se da un lato hanno prevalso il rigore e il buon senso della compagnia, che ha risparmiato i fantastiliardi necessari a muovere e tirare su tutto il carrozzone della fiera (stand, palchi, demo da programmare, catering, trasferte…), dall’altro c’è la scaltrezza di un’operazione di marketing che ha del magistrale. Tre anni fa guardavamo con divertita curiosità la scelta di Electronic Arts di spostarsi dal Convention Center di LA e di fare una conferenza in streaming, soprattutto considerando che già allora i numeri generati dal seguito online della fiera surclassavano quelli dei presenti all’E3.

Oggi, la scelta di Sony non è curiosa e non è neanche così divertente, ma appare semplicemente come la cosa più razionale e proiettata al futuro che si potesse fare: PlayStation 4 è la console più venduta di questa generazione, e non ha più nulla da dimostrare. Spesso ci dimentichiamo che è meglio stare zitti e sembrare stupidi che dire qualcosa e togliere ogni dubbio, l’assenza del colosso giapponese all’E3 sembra rispettare in pieno questo paradigma: perché allestire uno show vuoto, probabilmente basandolo su The Last of Us Part II (con tutto il bene che possiamo pensare per Ghost of Tsushima) e su pubblicità gratuita a terze parti, per poi sentirsi dire che è stata una conferenza che ha deluso le aspettative? Per nessun motivo, ecco perché è da un mese che parliamo dei sette minuti del trailer di Death Stranding, uscito strategicamente quando tutti si stavano imbarcando per Los Angeles. E poi, soprattutto, perché prendersi la briga di parlare di software, quando tutti (quelli che parlano di videogiochi) aspettano il nuovo hardware? Di nuovo, per nessun motivo intelligente…A maggior ragione se, di nuovo, un mese prima della fiera più importante del settore, Mark Cerny parla delle caratteristiche tecniche della prossima console.

Un mercato console che, tra l’altro, rischia di essere scosso dall’arrivo di Stadia, il servizio di Google che si prefigge di riportare i videogiochi al centro del villaggio, chiudendo tutte le questioni hardware in un freddo data center da qualche parte nella Silicon Valley. Poco importa che si sia parlato solo a grandi linee del modello di business, con una divisione tra abbonamento Pro e gratuito che lascia spazio a fin troppe interpretazioni (anche a causa di un sito ufficiale tradotto, verrebbe da dire, “con Google Traduttore”), la cosa davvero importante della visione di Mountain View è proprio la facilità di accesso ai videogiochi, che poi sono l’unica cosa che conta davvero. Al netto che decidiate di godervi i “giochi gratuiti disponibili regolarmente” e le meraviglie del 4K HDR o vi facciate bastare un’utenza base, Stadia promette l’accesso immediato, senza download e da qualunque dispositivo preferiate, a un catalogo di giochi terze parti (praticamente tutti i grandi publisher hanno annunciato la collaborazione, compresa Rockstar, per la gioia degli orfani di Red Dead Redemption 2 su PC) e una serie di produzioni originali.

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Il passaggio di Double Fine sotto Xbox Game Studios, con Psychonauts 2 in arrivo, è estremamente simbolico

Anche Microsoft pur rispettando i canoni di una conferenza più tradizionale, non ha mancato l’appuntamento con il futuro. Nonostante l’apertura di conferenza con un nuovo battle royale, che ci è parso il modo peggiore per sfruttare le abilità e le possibilità artistiche e tecniche di Ninja Theory, invischiandola in un mercato inscalfibile, il resto della presentazione ha confermato i movimenti sotto traccia del colosso di Redmond: la profonda rete di collaborazioni con gli sviluppatori indie e gli studi di medie dimensioni continua a dare i suoi frutti e ad allargarsi, tirando a sé un gigante come Tim Schafer, Double Fine, e soprattutto un gioco amatissimo dalla nicchia rumorosa di internet come Psychonauts 2. Per altro, se Keanu Reeves è stato una trovata di comunicazione perfetta per l’epoca dei fast meme, a mente fredda aver visto Tim Schafer sul palco di Microsoft è stato l’ennesimo tassello di concretezza da parte di Phil Spencer e soci, consapevoli che con i giusti investimenti si può costruire un radioso futuro per Xbox. Double Fine è infatti l’immagine perfetta di un team indipendente che ha lottato tanto per rimanere tale, difendendo la libertà e la creatività dei propri dipendenti anche nei momenti più difficili (ritirando il lifetime achievement award alla GDC 2018, Schafer disse di aver investito soldi suoi e aver chiesto prestiti ai suoi amici pur di tenere aperto il team e pagare tutti durante la ricerca di un publisher per Brutal Legend), e di sicuro sentire il suo creatore spendere parole al miele dopo un’acquisizione da parte di un colosso deve aver fatto un certo effetto agli altri sviluppatori indipendenti.

“crediamo che il fulcro della questione sia mettere quello che è parso a molti un E3 sottotono nella giusta prospettiva”Indie, second party e accordi commerciali con terze parti che, grazie alla rimodulazione e a una promozione quasi aggressiva del Game Pass e dell’abbonamento Gold, costituiscono una larga fetta del presente e del futuro di Xbox: in questo momento, con qualche accortezza, abbonarsi a 36 mesi di Game Pass Ultimate costa poco più di un gioco al day one, e dà accesso a un catalogo enorme in grado di accontentare qualsiasi palato da qui alla prossima generazione. E meno male, dal momento che Project Scarlett è ancora un mistero fatto di numeri e promesse, tra cui quella di un inevitabile e attesissimo nuovo Halo.

Ci rendiamo conto di aver parlato prevalentemente di futuro, fino a qui, ma crediamo che il fulcro della questione sia mettere quello che è parso a molti un E3 sottotono nella giusta prospettiva. Mettendo da parte Nintendo – che sotto la guida di Satoru Iwata aveva capito l’importanza delle conferenze direct-to-customer in tempi non sospetti – e il loro splendido campionato a parte, bisogna essere consci del fatto che l’E3 per come ci siamo abituati a viverlo è forse un concept troppo vecchio per la magnitudo di rivoluzione e transizione che si sta vivendo in questo 2019. Come detto, già tre anni fa si cominciava ad annusare l’importanza di una comunicazione diversa, che invece di ogni-mese-in-edicola fosse ogni-secondo-in-tasca. Per di più, nei momenti tra una generazione di console e l’altra, gli E3 sono sempre stati piuttosto interlocutori, quindi stupisce che, in un momento in cui è in discussione il concetto stesso di console, tutti gli attori protagonisti si siano adoperati con dei servizi che, oltre ad assecondare il presente e darci una tonnellata di titoli, tendono le braccia aperte al futuro.

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Nintendo ha ancora una volta dimostrato di giocare un campionato a parte, permettendosi anche di annunciare il seguito di The Legend of Zelda: Breath of the Wild

Ubisoft ha fatto bene a continuare la sua linea comunicativa (e aziendale), concentrandosi sulla verticalità dei suoi brand e delle community collegate: una scelta intelligente, anche qui un investimento se vogliamo, che se da un lato esclude lo spettatore non fidelizzato al Tom Clancy di turno, dall’altro ha ricercato la verve in progetti collaterali o nel nuovo, intrigante Watch Dogs; Legion, che ha finalmente capito che il modo perfetto per non avere un protagonista costruito intorno a un buco di carisma è non avere un protagonista (o una vecchia incazzata). Bethesda, nonostante si sia invischiata anche lei in un tentativo discutibile di buttarsi nei battle royale (anche se trovaimo estremamente affascinante che Fallout 76 si stia riabilitando dal disastro come enorme contenitore in cui vale tutto), è stata conservativa sin dalle intenzioni, non mostrando i titoli più attesi ma regalandoci speranza con il Deathloop di Arkane ed esercitando l’amata ultraviolenza di DOOM Eternal. E, certo, potremmo recriminare a Square Enix che il Marvel’s Avengers di Crystal Dynamics e Eidos sembra tutto fuorché un gioco in sviluppo dall’alba dei tempi, ma tanto sappiamo tutti che ci interessava L’ALTRO gioco di Square Enix in sviluppo dall’alba dei tempi…E che, tra l’altro, al netto dei dubbi sulla struttura a epidosi, sembra uno dei pochi remake ad aver capito il concetto di portare qualcosa di vecchio sotto una luce nuova, senza paura.

Insomma, pur dovendo scendere a patti con delle circostanze non indifferenti, l’E3 2019 è riuscito a rimanere in piedi al tempo degli annunci ritagliati su misura delle community e di silenzi tattici per evitare le ritorsioni da downgrade. In una mano la concretezza del futuro prossimo (Luigi’s Mansion 3 e DOOM Eternal per citarne due) e la brillantezza di quello remoto (Cyberpunk 2077 ed Elden Ring) nell’altra, con la testa tra le nuvole del cloud gaming e i piedi ben piantati in un presente fatto di abbonamenti e offerte infinite, il vecchio gigante dei videogiochi è ancora qui, nonostante le critiche, e indica una luna radiosa. Sta a noi saperla guardare con gli occhi giusti.

 

A cura di Stefano Talarico

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