A dispetto del nome sono davvero pochi i samurai tra i componenti dei roster dei vari episodi di Samurai Shodown, che proprio in questi giorni si propone ai giocatori con un nuovo capitolo, omonimo, su PlayStation 4 e Xbox One. È infatti particolarissima e davvero poco canonica la reinterpretazione dell’immaginario orientale che la serie picchiaduro a incontri ha da sempre proposto, assecondando un’estetica a tratti persino bizzarra ma comunque perfettamente coerente a quella di molte altre produzioni arcade degli anni ’90. Il suo primo capitolo, risalente al 1993, è in tutto e per tutto figlio di quegli anni, fiero esponente del genere che maggiormente succhiava monete e gettoni agli avventori delle sale giochi.

Samurai Shodown è un picchiaduro estremamente tecnico, ma secondo una concezione del tutto antitetica a quella comune. La bravura non sta nell’inanellare combo quante più lunghe possibile attraverso complesse sequenze di comandi, ma nel colpire nel momento giusto con l’attacco adatto, sfruttando al massimo le peculiarità di un sistema di combattimento estremamente basilare e per questo estremamente affascinante. È questa una caratteristica che nonostante connoti profondamente ogni capitolo della serie ha subìto nel corso delle sue varie iterazioni modifiche più o meno impattanti, con il terzo e il quarto capitolo che hanno visto aumentare la velocità e l’intensità dell’azione, salvo poi tornare parzialmente alle origini con il quinto e il sesto; è quindi nei primi due episodi che se ne trova la più genuina e stuzzicante applicazione, figlia di una novità non da poco nel genere di riferimento, ovvero l’introduzione delle armi bianche.

Samurai Shodown screenshot

La direzione artistica è smaccatamente anni ’90

In Samurai Shodown e nel suo seguito Samurai Shodown II, considerato l’apice ludico della serie, lo schema di controllo consta di soli quattro pulsanti: uno per gli affondi deboli, rapidissimi, uno per quelli medi, uno per il calcio debole e uno per quello medio. La pressione contemporanea dei tasti delegati agli affondi produce un affondo forte, capace di ridurre in maniera sensibile la barra della vita dell’avversario, quella dei due calci un colpo in grado di aprirne la difesa. C’è davvero poco altro, se non un barra della potenza che si riempie mano a mano che si colpisce o si viene colpiti e che al riempimento garantisce attacchi più potenti.

“avere ragione di un nemico con pochi, misurati affondi è ragione di estrema soddisfazione”È davvero tutto qui ed è questo il motivo del fascino del gioco. Samurai Shodown è un gioco difficile, molto, come da tradizione arcade, ma allo stesso tempo estremamente accessibile, grazie alla sua essenziale struttura. Gli avversari concedono pochissimo, la loro difesa solo saltuariamente si apre e subito si adattano allo stile del giocatore. Sarebbe chiaramente eccessivo parlare di realismo, ma è una impostazione talmente originale, oggi come allora, che infonde una profondità non solo ludica, ma anche emotiva, nella produzione: avere ragione di un nemico con pochi, misurati affondi è quindi ragione di estrema soddisfazione, ancor di più vista l’intensità della messa in scena dei combattimenti, che non lesina sulla violenza. Fontane di sangue sgorgano dagli avversari sconfitti con un affondo forte, o addirittura i loro corpi vengono tranciati (per esplodere in maniera decisamente stramba in una cascata di monete).

Samurai Shodown screenshot

Alla voce “fontane di sangue”

Personaggi come Haohmaru, Nakoruru, Galford e Hanzo appartengono all’iconografia del genere tutto, partoriti da una direzione artistica che contamina l’immaginario classico orientale attraverso influenze di vario tipo; il suo pieno compimento, raggiunto attraverso toni più oscuri, arriverà solo col terzo capitolo, ma comunque Samurai Shodown è bello da vedere e da ascoltare, grazie ad una colonna sonora che fa ampiamente ricorso a strumenti tradizionali giapponesi. Tutto contribuisce a farne un’esperienza intensa, violenta, dai ritmi unici e soprattutto ancora fresca e innovativa.

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