Approcciarsi al primo Destiny solo adesso, sul finire del 2019, a distanza di cinque anni dalla sua release originaria su PlayStation 4, Xbox One e sulle omologhe console della precedente generazione, significa fare i conti con un gioco profondamente diverso da quello concepito da Bungie e promosso da Activision, ben prima che sviluppatore e publisher concertassero una consensuale e pacifica separazione.

Vagare per le ampie sale della Torre, scambiare Lumen con nuovo equipaggiamento, combattere Vex, Caduti e compagnia bella a spasso per il Sistema Solare sono attività estremamente affascinanti da compiere ancora oggi, prassi arcinota ai fan della prima ora, comunque perfettamente in grado di ammaliare il neofita e costringerlo a continui spostamenti interplanetari a bordo della propria Ipernave a caccia di nuove imprese, avversari con cui confrontarsi, frammenti di lore che possano aiutarlo ad orientarsi in un contesto narrativo tanto vasto, quanto disorientante ed estremamente criptico.

L’arma più efficace di Destiny, quella che tiene in ostaggio l’utente e gli impedisce di staccarsi dallo schermo, è la stessa che lo rese tanto popolare ed apprezzato all’esordio, il suo affascinante contesto narrativo, coerente fino all’estremo, tanto suggestivo perché supportato da un art design che immerge lo spettatore un contesto sci-fi fantasy che ha ben pochi eguali nel mondo dei videogiochi.

 

Destiny screenshot

 

I desolanti panorami di Terra, Marte, Venere e degli altri corpi celesti che il Guardiano esplora per dare una speranza di sopravvivenza al genere umano, non sono invecchiati di un giorno, certo meno appariscenti di certi esercizi di stile sfoderati in Destiny 2, ma ugualmente suggestivi ed evocativi, volano di cui si alimenta il plot stesso, nonostante la narrazione ambientale non sia mai particolarmente sviluppata.

Proprio in questo senso, si ravvisa la prima, grande mutilazione del gioco, ormai privato delle carte grimorio, pur tutt’ora sbloccabili completando missioni ed abbattendo nemici, non più consultabili sul sito ufficiale del gioco.

Per chi non lo sapesse, si trattava di piccoli estratti testuali che avevano il compito di fare luce su numerosi aspetti del mondo immaginifico che ruotava attorno alle gesta del Guardiano, una vera e propria enciclopedia che, pur non chiarendo completamente la situazione, aveva certamente il grande vantaggio di fornire ulteriori spunti che ampliavano a dismisura i contorni della lore del brand.

Per ovviare a questa carenza, Bungie ha prodotto ben due volumi, attualmente disponibili sono in lingua inglese, che ripropongono in linea di massima gli stessi contenuti delle carte sopracitate, ma si tratta, in ogni caso, di una spesa ulteriore, certamente meno integrata all’esperienza di gioco.

Altro tasto dolente, come è facile immaginare, il Crogiolo è praticamente un guscio vuoto che non offre più alcun vero contenuto. Si tratta, per chi non lo sapesse, della modalità multiplayer competitiva del gioco, ormai abbandonata a sé stessa, al punto che imbastire una qualsiasi partita è un caso più unico che raro, vista la totale assenza di contendenti.

E si giunge così all’aspetto più agrodolce dell’intero discorso, perché non c’è Destiny senza Assalti, Incursioni e gli altri tipi di missioni affrontabili in co-op con i propri amici o con altri utenti pescati dalla rete. A meno che non optiate per la prima soluzione, riunendo un gruppo di ritardatari che come voi hanno deciso di dare una chance al primo Destiny solo recentemente, preparatevi ad un’epopea solitaria, estremamente difficile in certi passaggi, eppure allo stesso tempo insolitamente affascinante, per certi versi ben più in linea con il feeling, lo spirito, l’atmosfera che la trama stessa innesca.

L’Alveare, i Caduti, gli stessi Guardiani trincerati in cima alla Torre, ogni avamposto che esplorerete e in cui vi intrufolerete, sono accomunati da un potente senso di decadenza, una fatiscenza che pervade ogni anfratto, che emana ogni nemico che dovrete sconfiggere, quasi si trattasse di una guerra tra morti ancora inconsapevoli di esserlo.

In questo senso, i pochi compagni di viaggio che incontrerete per strada, non fanno che enfatizzare questo senso di abbandono totale, di desolazione, di silente vittoria dell’Oscurità che si è limitata a mettere le specie dominanti dell’Universo l’una contro l’altra, per vedere morte e distruzione propagarsi senza bisogno di alcun ulteriore intervento.

 

Destiny artwork

 

Il senso ludico profondo di Destiny è ormai andato perduto per sempre. Al di là di feature secondarie, come quella legata alle carte grimorio, un gioco che è nato ed ha vissuto in funzione del multiplayer, soprattutto cooperativo, ma anche competitivo, ad oggi si è praticamente tramutato in qualcos’altro, in uno shooter looter più fine a sé stesso, che tuttavia conserva buona parte del suo fascino e, quasi inspiegabilmente, riesce nonostante tutto ad intrattenere alla grande.

La magia di Destiny, anche sul finire del 2019, consiste proprio in questo: essere sopravvissuto a sé stesso. La raffinatezza del gunplay, la ragionatissima progressione del personaggio, l’efficacia dell’art design, la magnificenza di una lore quasi soverchiante, sono tutte qualità ancora al loro posto.

Recuperare l’apprezzatissimo FPS di Bungie non è un’inutile perdita di tempo, soprattutto se si ha in programma avere a che fare con il diretto sequel e si soffre di una certa ossessione per il completismo, soprattutto in materia di narrazione.

Non aspettatevi di giocare allo stesso titolo che ha ammaliato chi ebbe il piacere all’epoca della sua release originale, ma lo splendore artistico ha superato indenne il passare del tempo. E per alcuni basterà già questo per essere attratti dall’idea di vivere in prima persona quest’epopea sci-fi fantasy.

 

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