Sono trascorsi ben tredici anni dal debutto della serie di BioShock nel mondo dei videogiochi, una IP che viene ricordata con grandissimo affetto e profondo rispetto, per la sua capacità di affrontare tematiche che riuscivano a unire un gameplay dinamico, appassionante, soddisfacente, a una narrativa profonda. BioShock è stato, negli anni, apprezzato dalla critica e dal pubblico, senza lasciare spazio alla minima critica, compiendo un percorso attraverso una trilogia che negli anni continua a invecchiare benissimo, come si suol dire in moltissimi anfratti della critica sull’entertainment. La settima generazione di console ha saputo fregiarsi di questa pubblicazione in maniera più che ottimale, quindi l’arrivo adesso su Nintendo Switch ci serve esclusivamente come modo per scoprire qualcosa di più di un titolo che, in fase di porting, continua a rappresentare un fiore all’occhiello del nostro medium preferito.

 

BioShock Collection

 

Un uomo sceglie, uno schiavo obbedisceBioShock si basa su due colonne portanti: la prima si chiama Kevin Levine, game designer e autore del primissimo titolo, nonché dei successivi, la seconda Irrational Games, la software house che si trova dietro la creazione di quella trilogia che poi finì nelle mani di 2K. Anni dopo la prima release, esattamente nel 2016, dal colosso americano arrivò la richiesta a Blind Squirrel di realizzare la tanto agognata Collection, andando a rimasterizzare i tre capitoli per PlayStation 4, Xbox One e PC.

Un lavoro di grande portata, perché per il primo Bioshock erano trascorsi già dieci anni, ma nonostante questo da Blind Squirrel sono riusciti ad accontentare le richieste di 2K, proponendoci anche dei contenuti aggiuntivi che hanno impreziosito ancora di più la proposta finale. Ora quella stessa collection ha avuto l’onere di approdare su Switch, console che dinanzi al mondo dei porting si sta dimostrando indecisa e quasi claudicante, ma che stavolta sembra non aver avuto il minimo problema dinanzi a Bioshock. Inoltre, ritrovarci a giocare in piena portabilità combattendo contro i Big Daddy ci dà quell’occasione di recuperare un’opportunità che Irrational Games sprecò nel 2006, quando venne cancellato un capitolo del franchise pensato per PlayStation Vita.

La Collection dinanzi alla quale ci troviamo rappresenta la medesima raccolta che già avevamo avuto modo di giocare nel 2016, quindi completa dei DLC e anche dei commenti da parte dello studio di sviluppo, così da accontentare i più esigenti ricercatori di informazioni dietro le quinte. Per il resto l’esperienza è così come la ricordate, senza il minimo ritocco e senza andare a inficiare un gameplay che era perfetto per la proposta del tempo. Nessuno dei tre titoli ha perso il fascino che li ha resi unici, partendo dall’opera fallimentare di Andrew Ryan del primo BioShock fino alle ambientazioni più luminose e meno claustrofobiche di Infinite. Noterete solo quelle che sono le imperfezioni alle quali dovete prostrarvi, perché Switch chiede di passare dai 60 ai 30 fps sia in dock che in portabilità, ma siamo sicuri che non baderete troppo alla differenza, a fronte del fatto che il porting propone una base di più di dieci anni, con esigenze tecniche ben diverse da quelle che ci aspetteremmo ora.

Le più grandi pecche da riscontrare sono da collegare al surriscaldamento della console, probabilmente legato anche al fatto di avere con noi uno dei primissimi modelli di Switch, nonché l’eccessiva presenza della vibrazione, che abbiamo deciso di disattivare praticamente subito, così da limitare sia il fastidio tattile che quello acustico, totalmente ingiustificati in un titolo in cui la colonna sonora e gli effetti ambientali fanno la loro grandissima parte.

 

BioShock Collection

 

BioShock, per chi dovesse approcciare la prima volta la saga di Irrational Games creata da Kevin Levine, è uno sparatutto in prima persona pubblicato, come già detto, da 2K nell’agosto del 2007, originariamente per PC e Xbox 360, per poi arrivare su PlayStation 3 nell’ottobre del 2008, con un porting a tutti gli effetti. Il fascino del titolo, al di là dell’aspetto meramente ludico, arrivava dall’alto tasso di capacità narrativa che seppe mettere in piedi la scrittura di Levine, che ci propinò un’utopia firmata da Andrew Ryan, un magnate folle, che ebbe un risultato fallimentare.

Rapture, questo il nome della metropoli affondata, era stata costruita segretamente nel 1946 nelle profondità dell’Atlantico, con un’alimentazione che traeva energia da vulcani sottomarini e piante cresciute in delle enormi serre. Ryan puntava alla fuga da quella oppressione che le autorità giuridiche e la religione stessa stavano mettendo in piedi, quindi raccolta l’élite dell’umanità andò a creare il proprio paradiso per pochi, pronti a sposare le ideologie di Ryan, ossia l’individualismo e il capitalismo. Quello che a tutti gli effetti diventa quasi un thriller politico, trova in Jack la risoluzione: il misterioso protagonista, del quale ignoriamo l’identità, inizialmente, diventa il nostro alter ego dopo un rovinoso atterraggio dell’aereo che l’avrebbe dovuto portare in Inghilterra da suo cugino: cercando di salvarsi, dopo esser stato l’unico superstite di quello schianto, trova l’ingresso per Rapture, all’interno della quale decide di introdursi per svelarne i segreti e approfondire l’identità di Andrew Ryan, attraverso un sofisticato sistema di potenziamenti da iniettarsi, armi di fortuna e da sparo recuperate nel corso dei vari ambienti, tutti rigorosamente vissuti in prima persona.

 

 

L’arrivo, nel 2010, di BioShock 2, stavolta per PlayStation 3, Xbox 360 e PC in contemporanea, permise a Kevin Levine di continuare a raccontare la storia di Rapture, portandoci a compiere un passo indietro, nel 1958, consci già del fatto di conoscere il destino delle Sorelline e dei Big Daddy, dei quali ci viene presentato il Soggetto Delta e la sua protetta, Eleanor Lamb. Dopo averci fatto vestire i panni di Jack, BioShock ci mette in quelli di un Big Daddy, esattamente Delta, facendoci scoprire nuove tattiche di attacco corpo a corpo, come ad esempio la trivella, ma anche la fatica di portare avanti uno scafandro dalle dimensioni inopportune ai combattimenti. Inoltre, il sequel riuscì a inserire un rapporto ancora più intenso con le Sorelline, nel primo capitolo presentate in maniera non eccessivamente approfondite: tramite un sistema di adozione e di accompagnamento, veniva dato a questa categoria apparentemente innocua un’identità molto più gotica di quanto si pensasse.

In un crocevia di novità, Bioshock 2 andò a inserire anche una modalità multiplayer pregna di proposte inerpicatesi in varie modalità, da quella Sopravvivenza fino all’Uccidili con gentilezza, che metteva il giocatore in condizione di poter uccidere gli avversari usando solo una mazza da golf. Sembrò, insomma, che l’estro di Levine si potesse fermare con il racconto del destino di Eleanor Lamb e la difficile gestione del rapporto con sua madre, eppure, nel 2013, tre anni dopo, toccò a Bioshock Infinite chiudere il percorso avviato sei anni prima, con la più scontata delle soluzioni narrative: il prequel che racconta il contesto nel quale ci siamo trovati fino a quel momento.

È quindi il 1912 e gli Stati Uniti hanno creato la città volante di Columbia, un simbolo dell’ideale americano che sta iniziando a emergere a dimostrarsi più forte di qualsiasi altra nazione. Il fondatore si fa chiamare Il Profeta, al secolo Zachary Hale Comstock, che ha già dimostrato grande amore per la guerra proclamando l’indipendenza della sua isola dagli Stati Uniti, portandola a scomparire nelle nuvole, in un luogo sconosciuto tra i cieli. Nei panni di Booker DeWitt, quindi, ci ritroviamo a Columbia alla ricerca di una giovane donna di nome Elizabeth, a quanto pare rapita dal Profeta e tenuta prigioniera nell’isola fluttuante: il nostro unico compito sarà riportarla a terra, decisi a scoprire i misteri che avvolgono le nuvole attorno Columbia.

 

BioShock Collection

 

Levine in tutti i personaggi riuscì a creare un alone di mistero che confluiva spesso nell’autoproclamazione e nella proposta di una sorta di religione incentrata sull’uomo: da Andrew Ryan, passando per quello che si scoprirà essere il vero antagonista di BioShock, fino al Profeta Comstock, tutti gli antagonisti proposti dal game designer americano rappresentano l’esaltazione di una figura mitizzata, molto prossima ai fenomeni dittatoriali della storia contemporanea, tra cui potremmo inserire anche Adolf Hitler e Benito Mussolini.

A queste due figure storiche, però, Levine ha sempre saputo affiancare degli aspetti prossimi all’utopia di Thomas More, all’elogio della folla di Desiderious Erasmus e a proporre una sottile critica alla religione e all’oppio dei popoli. Il terzo capitolo rappresentò una vera e propria chiusura degna della trilogia, andando a esaltare la possibilità di inserire una narrativa di prim’ordine anche in uno sparatutto, andando a raggiungere vette importanti anche per quanto riguarda la colonna sonora e la varietà dei nemici proposti. Una trilogia che, a oggi, possiamo senza dubbio alcuno definire un pezzo di storia fondamentale del videogioco, che rigiocare in piena portabilità non può che essere un grande pregio.