The Last of Us Parte II è finalmente approdato sul mercato, con la potenza di una bomba nucleare pronta a spazzare via il nostro antiquato modo di pensare alle avventure digitali in terza persona. Sin dal primo episodio, la serie Naughty Dog ci ha abituati ad affrontare non solo orde d’infetti, ma anche la complessità delle emozioni umane, spesso più pericolose di qualsiasi creatura generata dalla diffusione del Cordyceps.

Se nel primo capitolo il protagonista era Joel, un uomo nato nell’epoca pre-infezione e costretto ad adattarsi a un mondo ormai allo sbando, nella recente opera del team californiano vestiamo i panni di Ellie, ragazza cresciuta conoscendo solamente il succitato mondo traboccante di violenza. Una violenza che, però, non viene mai considerata eccessiva e che, essendo divenuta necessaria per sopravvivere, accompagna per mano tutti coloro che hanno deciso di lasciarsi il passato alle spalle e accettare il nuovo status quo.

 

 

Per tutto il titolo datato 2013, Ellie è stato un personaggio capace di rispecchiare alla perfezione il concetto di “umana disumanità”, dimostrando uno strano mix tra quello che dovrebbe essere una ragazzina di quattordici anni e una persona disposta a uccidere a sangue freddo per non venire uccisa a sua volta. Un mix che è impossibile non amare e che sviluppa nel videogiocatore il desiderio di proteggere la giovane donna, che tanto ricorda a Joel la propria defunta figlia.

Questa nostra passione nei confronti di Ellie e la sua evoluzione psicologica in The Last of Us Parte II ci ha portati a dedicare una puntata di Vite Digitali alla ragazza, nella speranza possa spingere quelle poche persone che ancora non hanno giocato alla serie Naughty Dog a rimediare a questa grave mancanza. Per coloro che non lo sapessero, Vite Digitali è l’appuntamento settimanale dedicato ai principali personaggi provenienti dall’industria videoludica e al loro impatto emotivo sui giocatori. Come sempre, ci teniamo a specificare che all’interno di questa rubrica non verranno fatti spoiler di alcun tipo sulla trama, per evitare di danneggiare l’esperienza a coloro che non avessero ancora recuperato le opere in questione.

Ma quali sono le origini di Ellie?

Senza entrare nel dettaglio, nel primo The Last of Us Ellie viene assegnata a Joel come fosse una qualsiasi merce di contrabbando. L’uomo, infatti, viene pagato per portare la ragazza fuori dalla zona di quarantena di Boston, per poi consegnarla a un gruppo di miliziani noto come Le Luci. Nel corso del loro viaggio, Ellie e Joel stringeranno un profondo legame, che li porterà a vivere la disumanità di un mondo ormai in preda al caos, preoccupandosi l’una dell’altro, come gli esseri umani non sono più abituati a fare.

 

 

Ragazza dal carattere forte e determinato, Ellie non riesce però a nascondere la sua natura di bambina, che analizza ciò che la circonda con gli occhi differenti rispetto a quelli di un adulto. I sinceri momenti di tenerezza e di commozione di Ellie sono semplicemente uno dei punti forti della produzione del primo capitolo, che vanno in contrasto con le decisioni che i due sopravvissuti saranno costretti a prendere nel corso di The Last of Us.

E questo perché, nel mondo creato da Neil Druckmann, c’è spazio sia per le buone azioni, che per quelle terribili. Perché Druckmann ha deciso di prendere una situazione post-apocalittica per raccontarci la natura umana pre-apocalisse. Perché l’esperienza di The Last of Us e di The Last of Us Parte II potrà anche non piacere a tutti, ma è innegabile come riesca a fornire un perfetto spaccato della psicologia delle persone, che potrebbero agire in modo differente alle situazioni in base al proprio background.

Ellie potrà pure compiere azioni terribili, ma che possono risultare tali solo in base al nostro concetto di “terribile”, creato in seguito al nostro bagaglio di esperienze che ci portiamo dietro da quando siamo nati. Uccidere una persona che sta per essere raggiunta e uccisa dagli infetti, per fare un esempio, può essere considerata come un’azione negativa? Si tratta effettivamente di omicidio, ma nel mondo di The Last of Us potrebbe essere considerato come un atto di misericordia.

 

 

Insomma: le nostre azioni sono influenzate da ciò che siamo e siamo ciò in cui ci ha trasformati la nostra società. E questo, Neil Druckmann, lo ha capito da molti anni e ha deciso di comunicarcelo con la drammatica avventura di Ellie e Joel. Un’avventura che tutti, almeno una volta della vita, dovremmo affrontare.